15
Set

Ma io chi voglio essere ?

La follia della reporter ungherese

Questa mattina, casualmente, ho rivisto le immagini famosissime della nota reporter ungherese che durante il suo lavoro, ha fatto uno sgambetto ad un uomo, padre con in braccio il proprio figlioletto.

Sono rimasto a pensare, fissando il muro ed immaginando la scena, che cosa può spingere ad un gesto del genere. E cioè infierire con cattiveria su un disperato con in braccio il proprio figlio che vuole salvare, Dio sa solo da cosa, dalla guerra o chissà da quale povertà.

Ho rivisto il video più volte per provare a immaginare le emozioni e i sentimenti così forti tali da voler far male, ledere la dignità, olteppasare la soglia della normale solidarietà, dimenticare che apparteniamo all’unica razza umana che abita il pianeta terra.

All’inizio ho avuto un sussulto di rabbia, di disgusto, un fremore di vendetta.

Poi, ad un tratto, ho pensato a quali sentimenti di rabbia o vendetta mi porto anch’io nel cuore, a cosa mi spinge fortemente a pensare solo a me stesso, a quali ombre, ben nascoste, conservo nella mia intimità, a quali ferite ancora sanguinanti ci sono nel mio orgoglio.

Ho avuto la percezione che tutta quella malvagità della reporter potesse, almeno in parte, appartenere anche a me, ben mascherata dai miei modi.

D’istinto ho sentito che questa immagine rappresenta nella mia vita di oggi uno spartiacque, un modo per affermare con forza che io non voglio essere come lei e che per riuscirci l’unica possibilità, in mio possesso, è cercare di essere un uomo migliore.

Continuare a cambiare me stesso, crescere umanamente, spiritualmente, professionalmente, non fermarmi, affermare, pur con tutta la mia umanità, che si PUÒ fare esperienza nella vita  dei sentimenti di amore, coraggio, giustizia, umanità, temperanza, trascendenza.

Si deve, si può.

Luigi Pietroluongo

 

 

 

 

24
Ago

Solo sempre i sogni a dare forma al mondo

Mohamed rincorre il suo sogno, ed è una cosa seria.

A 17 anni è testimone autentico della resilienza. Affronta le difficoltà come quelle di imparare l’italiano con tenacia, giorno e notte.

A volte sbadiglia stanco ma poi sorride e continua, non si ferma. Non si fermerà.

Ma lui vuole imparare non solo le parole ma il significato che queste parole hanno tutti i giorni per la sua nuova casa, Casa Italia.

É disposto a mettersi in gioco, a mettere il suo talento da sarto a disposizione di questa comunità. Per lui fare il sarto è prima una vocazione e poi un modo per guadagnarsi da vivere.

Mohamed insegna a rincorrere i sogni, a chi soprattutto non sogna più.
#sonosempreisogniadareformaalmondo

10
Ago

La solitudine dei numeri primi

E chi nun cunusce ‘o scuro, nun pò capì ‘a luce. E.Avitabile

Prima o poi nella vita ci capita di essere numeri primi, di portare sulla spalle il peso delle responsabilità.

Perché sei padre o madre, imprenditore, responsabile, coordinatore di un gruppo di lavoro o perché semplicemente c’è qualcuno che ti guarda e cerca in te ispirazione.

Ognuno avrà fatto esperienza della solitudine, dell’incertezza e del travaglio di prendere decisioni, sperando di averle azzeccate.

Uno dei rischi principali è quello di decidere sull’onda delle emozioni, positive e negative, che gli eventi ci provocano. Il problema è che l’emozione è come una doccia, dopo poco passa e senza aver visto un orizzonte lungo si commettono errori grossolani.

Sembra facile a dirsi, ma come possiamo aiutarci a decidere o meglio a scegliere. Consideriamo pure che la decisione è qualcosa che rimanda all’immediato, la scelta a qualcosa di strategico nel lungo periodo.

Da qualche tempo mi interrogo su questo difficile compito dei “numeri primi” e questa è la mia bussola per orientarmi.

Avere chiara qual è la mia identità, la mia storia umana e professionale, conoscere le mie potenzialità e anche i miei punti di debolezza. Aver fatto esperienza di quali sono i miei sentimenti più profondi nei confronti della vita. Qual e‘ il mio paradigma, il punto di partenza con cui approccio gli altri : “ penso in ogni momento che qualcuno mi vuole fottere ? “,

“ penso di poter dare fiducia e che la mia crescita dipende anche dalle relazioni che vivo “?

Il punto di partenza nei confronti della vita è decisivo perché, quasi sempre, inconsapevolmente condiziona il quotidiano.   

Avere la capacità di leggere il contesto. Dove mi trovo ? Chi sono le persone con cui sono, le loro convinzioni ? Quali sono le leve che possono coinvolgerli ? Ascoltare, ascoltare, ascoltare.

La perdita di Senso, di Significato è, sono convinto, uno dei mali di questi nostri tempi. La precarietà è diventata strutturale, ha scavato nel cuore e nella testa di tutti noi, tutto sembra consumabile immediatamente. Il domani corrisponde ad un altro giorno, a domani mattina. E’ invece necessario ritrovarci tutti sul significato delle nostre scelte più importanti, quelle che definiscono la nostra vita. Perché ho deciso di accompagnarmi con questa persona e non con un’altra, perchè ho scelto di studiare o lavorare in questo invece che in quel settore. Perchè decido di trascorrere il mio tempo con questa compagnia di amici.

Qual è l’orizzonte di senso della mia vita non è un approccio da speculatori filosofici ma ciò che mi sostiene nelle difficoltà di ogni giorno. Indispensabile.

Il criterio del bene e del male. Qual è il criterio che abbiamo scelto per dare un giudizio sugli eventi che ci capitano : la sorte, la Provvidenza, il culo oppure nessun criterio, della serie quello che viene viene.    

Noi siamo la relazioni che viviamo. Gli altri siamo noi cantava Umberto Tozzi qualche anno fa, ed è proprio così. La nostra occasione di crescita umana, spirituale, professionale è legata alle persone che noi decidiamo di frequentare, fanno letteralmente la differenza.

E noi come scegliamo le persone che frequentiamo ? A caso ? Siamo sicuri che ci aiutino a realizzarci ? oppure ci ostacolano ?

Alla fine della mia riflessione mi ritrovo con delle domande, ma non sono proprio le domande giuste quelle che possono guidarci alle scelte giuste.

Luigi Pietroluongo

12
Lug

Abbi cura di te! E’ il saluto dolce di un padre, una madre, un amore, un amico che ti vuole bene.

Non c’è augurio più bello, sentito e profondo che una persona possa fare ad un’altra. La cura di se stessi per avere cura degli altri.

Nella sua forma più antica cura era usata in un contesto di relazione di amore e di amicizia. Esprimeva l’atteggiamento di vigilanza, premura, preoccupazione e inquietudine nei confronti di una persona amata o di un oggetto di valore.

Ci troviamo di fronte ad un atteggiamento fondamentale, di un modo di essere mediante il quale la persona esce da sé per trovare il suo centro nell’altro con affetto e sollecitudine, non quindi come un ripiegamento narcisistico su se stessi.   

Ma ragionando per contrasto l’assenza della cura per noi stessi, i nostri cari, ed i nostri colleghi ci porta ad uno smarrimento, ad un disorientamento, perdiamo i motivi originari che ci hanno portato alle grandi scelte della nostra vita : l’amore, il lavoro, gli amici, l’amore per se stessi e gli altri. Le preoccupazioni di ogni giorno, come roveti spinosi, ci avvolgono senza  tregua. Ci vuole uno spazio di tempo per recuperare consapevolezza, per avere cura di se stessi e capire se stiamo rispondendo alla nostra vocazione, ci stiamo auto realizzando. Anche nel lavoro, come nella vita privata, se ci lasciamo andare, ci abbandoniamo agli eventi polarizziamo verso forti competitività o assoluta indifferenza.

Se non progredisci in virtù di necessità retrocedi scriveva Sant’Agostino, Padre della Chiesa. Senza cura non restiamo sospesi e immobili nel tempo ma andiamo lentamente regredendo.

Nell’Alcibiade di Platone, V secolo prima di Cristo, si riconosce l’attività della autoriflessione e della cura per se stessi addirittura scrivendo quello che oggi chiameremmo diario. Questa attività era pensata in modo permanente in tutto lo scorrere della vita eppure non esistevano i tempi frenetici, inquieti e densi di un’angoscia tutta moderna che Massimo Recalcati, noto psicoanalista lacaniano, definisce come angoscia da prestazione.  In cui misuriamo tutto tranne che il nostro ben-essere, non avendo cura di discernere qual è l’idea che abbiamo del successo e se questo rispetta i nostri meravigliosi talenti. Matteo 25:15 A uno diede cinque talenti, a un altro due e a un altro uno, a ciascuno secondo la sua capacità; e partì.

Non ci resta che aiutarci, in questo risveglio profondo di tutti i nostri sensi, che è la scelta di prenderci cura ritagliandoci tempo, imparando un metodo e degli strumenti.  

Il Coaching umanistico è una possibilità, tra le tante. Il suo paradigma culturale ci consente di mantenere una costante spinta all’autorealizzazione delle nostre capacità e potenzialità personali che allenate diventano i nostri punti di forza su cui lavorare per affrontare le nostre difficoltà. Il metodo ci da alcuni consigli per esempio : per realizzare e soprattutto sperimentare la propria vocazione abbiamo bisogno di una comunità, cioè una rete di relazioni di amici adeguate e orientate ai nostri valori. abbiamo bisogno che i valori siano anche condivisi e ci siano interessi convergenti. Morale: cercatevi dei buoni amici. Interrogatevi anche su chi sono i testimoni credibili che conoscete, persone che vivono la vita con forza e ottimismo affrontando la realtà e le sue prove con grande coraggio. Abbiamo molto da imparare ma i testimoni credibili quasi mai sono volti noti, i più sono umili, sconosciuti, eroi del quotidiano.

Domandatevi quali sono le vostre emozioni positive e quali i vostri sentimenti, distinguendo le emozioni come contingenti, momentanee, passeggere e i sentimenti come il pensiero che abbiamo sulla realtà.

E così la prima sera che siete davanti ad un bicchiere di coca cola o di glen grant ascoltando albano e romina oppure gli U2 e così ispirati scrivete una lettera ad un caro vecchio amico.  Raccontategli il significato grande, valoriale delle cose che fate e quali sono i vostri ideali, poi passerete a definire lo scopo che corrisponde al progetto che concretamente contribuisce a realizzare il vostro significato ed infine il senso che è la direzione, le azioni che occorrono per realizzare il vostro scopo.

Se queste tre dimensioni sono in linea siete sulla strada giusta per la cura di voi stessi e degli altri, se non sono allineate è tempo di fermarsi e dedicare tempo a voi stessi. “E’ il tempo che dedicate alla vostra rosa che la rende così importante “ Il piccolo Principe.

Luigi Pietroluongo. 
Editoriale della Rivista “Il Filo della Vita”, edito dalla Cooperativa Santa Lucia Life

 

16
Giu

Oggi sono un padre egiziano

Sono le 15.40 di un un umido pomeriggio estivo nella Valle di Comino, il cielo a sprazzi minaccia pioggia.

Sono nel corridoio della scuola media del paese dove siano presenti con la Casa Famiglia, Ahmed è fermo, immobile davanti a me aspetta il suo turno per l’esame di terza media.

Il corridoio ad un tratto si è svuotato di voci, pianti gioia commossi di padri, madri, nonni, piccoli amori e resta di piombo il silenzio.Io e lui.

Mentre mi avvicino per abbracciarlo e incoraggiarlo lui alza gli occhi al cielo ed inizia a parlare sottovoce in arabo. Sta pregando, si sta affidando. Chiudo gli occhi, prego anch’io, sento che stiamo vivendo un momento forte, coinvolgente e nel suo silenzio pieno di parole, di sogni.

Lui mi guarda cerca coraggio, ne ha più di quello che pensa, così tanto da aver superato a 15 anni montagne di acqua per andare a cercare lavoro e aiutare la sua famiglia. Testimone di speranza oltre ogni omelia.

Ha trovato sulla sua strada un Preside e dei Professori che hanno fatto di più. Hanno scelto di vedere il suo coraggio, la determinazione e i suoi talenti come l’occasione per rilanciare nella vita e non mollare. A tutti loro va il mio grazie sincero, mi aiutano a sentirmi meno solo.

Ormai mancano pochi minuti, sa che è il prossimo, mi cerca con la sguardo, e in quel momento così importante per lui io ci sono.

Si apre la porta, il preside lo chiama. Mi guarda, lui sta diventando uomo e io divento di nuovo padre.

Vai Ahemd!

 

10
Giu

Allenarsi è la cosa più importante. Sì, ma a cosa ?

 

 

 

 

Se non facciamo passi avanti, nell’amore, nell’amicizia, nel lavoro, nella crescita umana, professionale e spirituale facciamo passi indietro.

Non restiamo immobili, fermi, sospesi nel tempo, questa è una nostra illusione, forse labile speranza. Torniamo indietro o sarebbe meglio dire, ci alleniamo al contrario.

Per procedere occorrono alcuni passaggi fondamentali, alcuni esercizi per allenarsi a scegliere la felicità.

Ritagliarsi del tempo per essere consapevoli delle nostre giornate. Ci sono tanti modi per farlo: il diario serale, la preghiera, la meditazione. Un momento, possibilmente mattutino, per fermarsi, è fare unità su noi stessi.

Imparare a separare le emozioni dai sentimenti. Le emozioni sono contingenti, momentanee, legate ad un particolare momento. I sentimenti sono il nostro modo di pensare la realtà, di rappresentarla.

Capire qual è la lente con cui guardiamo il mondo, per esempio qual è la nostra idea di successo nella vita, dipende molto dalle relazioni che abbiamo avuto e che viviamo in questo momento. Senza capire come siamo condizionati, siamo trascinati inconsapevolmente verso un sentimento di felicità o di tristezza.

“Quando ero piccolo non facevo mai i compiti”, dichiara in una intervista Daniel Pennac scrittore di fama, e continua: “ Il mio maestro vedendo le fantasiose scuse che raccontavo ogni volta mi invitò a scrivere ogni settimana una storia di dieci pagine”.

La scoperta dei nostri talenti passa, spesso, attraverso rivoluzioni impreviste, amori finiti, cambio repentino di un lavoro, incontri di amici inaspettati. I talenti si notano quando guardiamo il mondo in un’altra prospettiva.

E tu hai scoperto i tuoi talenti? E come li alleni?

 

20
Apr

Non ci capiamo, lo so è normale.

Lavoro con diverse equipe, ascolto tanti colleghi, nello zaino ho tante esperienze di varie comunità e il risultato è sempre lo stesso, non cambia negli anni, tra di noi non ci capiamo.

In ogni equipe o gruppo di persone che lavorano insieme, il nodo da sciogliere, sempre e comunque, a prescindere dai contesti e dalle latitudini è come comunicare.

Non dovremmo commettere l’ingenuità di pensare che il problema della difficoltà di comunicare che abbiamo riguarda i nostri attuali colleghi oppure il posto di lavoro di cui adesso ci occupiamo. Non facciamo l’errore di pensare che dipende in sostanza dagli altri e non da noi.

Capirsi, farsi capire dagli altri e saper dissentire con serenità e ragionevolezza è roba seria, serissima. Dovremmo decidere di scendere nella cantina del nostro profondo dove riponiamo pezzi di vita che ingoiamo dalla nostra esistenza e che accantoniamo.

In quella cantina dovremmo avere il coraggio, per amore di noi stessi, di accendere la luce ed iniziare a guardarci dentro.

E quindi capire quali sono i sentimenti che ci guidano, qual è il pensiero e la rappresentazione che abbiamo della realtà. Se è un sentimento di bene, amore, saggezza, giustizia, desiderio di vivere profondamente oppure sentimenti di rancore, odio, abbandono. Iniziamo a dare un nome proprio ai sentimenti che ci guidano e che condizionano le nostre scelte e il modo di osservare il mondo.

Vediamo quali e quante emozioni viviamo e con quale intensità. Anche le emozioni, che sono sempre passeggere, hanno bisogno di nomi propri. Sono in balia degli eventi che vivo ? So dare un nome alle emozioni che vivo? Le so riconoscere ?

So capire quali sono i nostri desideri? Che cosa vuoi tu ? Molti adulti pensano che non è più tempo di aspettarsi qualcosa ma se tu non ti aspetti più niente da te stesso l’unica cosa che puoi fare è sopravvivere non vivere. C’è anche da dire che il desiderio adulto si deve saper alleare con la volontà per concretizzarsi. Per ralizzarlo, il tuo desiderio, cosa sei disposto a perdere? ( cit. Jovanotti).

Comunicare ciò che siamo e ciò che sentiamo è certamente un cammino per liberare sentimenti, emozioni, desideri, talenti assopiti.

Ma compiere quel cammino è solo una nostra scelta. Nessuno può farla per noi.

15
Apr

Chi deve insegnare l’Etica del Lavoro ?

 “Vivere per lavorare
O lavorare per vivere
Fare soldi per non pensare
Parlare sempre e non ascoltare
Ridere per fare male
Fare pace per bombardare
Partire per poi ritornare” Lo Stato Sociale. Una vita in vacanza.

Caro amico,

nove volte su dieci arrivi in ritardo al lavoro, il tuo è uno stile, un modo di essere. Trascorri le ore di lavoro al telefonino nelle numerose chat dove sei, dribli meglio di Maradona impegni, responsabilità. Non hai idee, o forse una ogni tanto, ma fai difficoltà a perseguirne una con un minimo di costanza. Nel turno di lavoro fai il minimo e sei sorridente sui social, strafottente nei riguardi degli altri colleghi. Fai il minimo per consocere e approfondire il tuo lavoro.

Conosci a perfezione i tuoi diritti, dimenticando ogni dovere. Non ha mail letto un articolo che ti faciliti la crescita professionale, ti chiarisca dubbi, ti stimoli a prendere nuove idee, iniziativa. Leggi però con attenzione il tuo contratto e tutto quello che ti devono.

Sei tu, caro amico, il centro del mondo, metterti in gioco non ti interessa, non se ne parla proprio. Sei annoiato, il lavoro non ti da stimoli, non hai un minimo di entusiasmo, va bene, anzi va male, ma vorrei farti una sola domanda.

Perché non cerchi un altro lavoro più bello, più soddisfacente, più divertente, dove puoi guadagnare di più ? Insomma essere finalmente e pienamente soddisfatto. Perché non lo fai ? Perché non provi a costruirlo giorno per giorno ? Perché è difficile trovare lavoro ?

E allora, caro amico, cosa vogliamo fare ? Distruggere e contaminare l’ambiente dove adesso lavori?

Io però che non sono perfetto, e che rivendico la mia imperfezione ed i miei errori, ma che mi alleno tutti i giorni per impegnarmi, essere responsabile e sudo per crescere come uomo e come professionista, mi permetto di darti qualche consiglio.

  1. La Vita è una, quando sei al lavoro quelle ore, minuti, secondi sono tempo di Vita che non torna. Riempirli di entusiasmo, impegno e talento è un favore che fai prima a te stesso e poi agli altri. Pensaci perchè questo tempo che vivi ogni giorno al lavoro non ritorna più, è vita che è andata.
  2. Scegli un maestro, un mentore che senti possa corrisponderti profondamente, che vive i valori che vorresti vivere tu, che è entusiasta come vorresti tu, che si impegna  nella vita come credi tu. Ti aiuterà, sarà uno stimolo.
  3. Fai una esperienza di dono dei tuoi talenti alle persone che nella vita sono state più sfortunate di te. Certo possibilmente senza foto sui social e senza secondi fini che non siano farti vedere da quelli come te, quelli che vivono dell’inutile.
  4. Fai un elenco delle tue priorità durante la giornata e scopri se dentro le tue azioni ci sono segni visibili di bene comune.

Questa nostra Italia che vota, milioni di voti, senza sapere neanche il nome del candidato e che cerca un cambiamento dimentica, o non conosce, la cosa più importante per farlo:

che i primi a cambiare dobbiamo essere noi stessi. Ognuno di noi prima di pretendere, faccia un esercizio di quanto è stato capace di seminare.

Perchè tocca anche a te, anche a me.

 

06
Apr

L’insostenibile tentazione di farsi dire grazie

Alì è andato via.

Così senza nessuna spiegazione, almeno apparente, un giorno si è alzato e si è allontanato, senza dire grazie a nessuno. È vero non si lavora per farsi dire grazie, o forse no.

Premetto che sono uno di quelli convinti che saper ringraziare non è soltanto una virtù ma è imparare a riconoscere l’arte del dono per gustarlo, sentirlo profondamento e magari restituirlo per emulazione. Ringraziare Dio la mattina per il dono della vita ci aiuta a ricordarci che tutto quello che abbiamo non è scontato, non è un diritto acquisito.

Nel lavoro educativo cadiamo troppo spesso nella trappola del “travaso” di scienza che l’adulto dovrebbe infondere nel più giovane, come se fosse una relazione a senso unico, solo di uno verso in cui l’altro è considerato solo un vaso da riempire. Certo! Lo sappiamo non è così, eppure qualcosa ci rode dentro.

Molti osservatori sono concordi nell’affermare che la predisposizione all’aiuto dell’altro si realizza quando è solo dentro, in fondo, alla nostra soddisfazione. In sostanza noi aiutiamo quando il gesto che compiamo ci da un ritorno, fosse anche solo di un’emozione che ci piace e ci soddisfa. Una delle raccolte fondi più popolari di una nota opera per i senza dimora di Milano si è promossa, qualche anno fa, dicendo : ” Siate egoisti, fate del bene “.

Questo ci dovrebbe interrogare molto, come uomini e come professionisti del sociale per ritornare alle origini del perchè abbiamo scelto questo lavoro e non un altro.

E’ questa una domanda chiave che esige una risposta, perché senza potremmo cadere facilmente nella frustrazione, nell’indifferenza, nella tentazione subdola di pensare che tanto tutto quello che facciamo non serve a niente. Non è cosi, ne sono sicuro.

Nella vita non tutto si può scegliere, molti eventi ci capitano e basta, eppure dentro le pieghe del quotidiano, proprio in quello dove non avremmo mai pensato arriva un grazie per il dono grande della vita e dei suoi incontri.

Quasi sempre inaspettati.

27
Mar

È tempo di Casa

… a noi ci frega lo sguardo, incontri un bisogno e sai che tocca a te … cit. Don Gino Rigoldi ( cappellano del carcere minorile di Milano)

Lavorare in Casa Famiglia é un grande privilegio, mi ricorda costantemente cosa significa avere una Casa, una dimora, un posto tuo, un luogo da puoi ripartire con la consapevolezza di avere un approdo sicuro.

Ma la Casa è composta, oltre che di muri, anche di relazioni, affetti, abbracci, scontri, abitudini, che partecipano alla formazione e all’identità di una persona; Che grande responsabilità!

E quando sei in viaggio, sperando che tu lo sia, è il posto in cui ristorarti. La Casa é il luogo dell’intimità, in cui sei spoglio delle maschere che metti durante la giornata, é il luogo in cui ritrovarti solo con Dio.

La Casa è il luogo in cui accogliere ospiti, a volte molto lontani dal tuo modo di pensare, ma che ti scomodano dalle zone di confort e ti ricordano che tu stesso sei un pellegrino.

La Casa siamo noi se decidiamo di esserlo, ognuno con il suo e mentre pensiamo di dare inaspettatamente riceviamo.

#diventiamocasaperglialtri