04
Mar

Lo volete capire che è tempo di fare i Padri !

Cari uomini,

ma avete capito che è tempo di tornare a fare i Padri! Non gli eroi, i santi, gli immortali ma i Padri.

Ma vi guardate intorno ? Siamo dentro una mutazione antropologica che è sconcertante. Arriva un bambino in una famiglia e detta la sua legge, creando una idolatria di nuovi piccoli dei. A loro non si riesce a dire di no in nessun modo.

Qualche sera fa ero in pizzeria con amici, altre famiglie con bambini coetanei dei miei. Nell’attesa della pizza i bambini iniziano a giocare al celeberrimo gioco dell’ acchiaparella. immaginate sette bambini tra gli 8 e i 10 anni che nell’intero ristorante si nascondono sotto i tavoli di altri poveri commensali e corrono e scappano tra camerieri incazzati e gente che entra ed esce dal ristorante. Ebbene ho seguito tutta la scena fin dall’inizio, quello che mi ha lasciato senza parole, è che nessuno dei padri presenti si è accorto di quello che stava succedendo, di più sebbene gli schiamazzi e la gente arrabiata, nessuno si è alzato a contenere, fermare e riportare i bambini al tavolo. Nessuno!

Ho atteso pochi minuti e mi sono alzato DA SOLO per richiamare i bambini e riportarli in uno spazio “confinato” di gioco appositamente attrezzato dentro la sala ristorante. Non mi ritengo l’educatore perfetto, anzi continuo a confrontarmi e ad interrogarmi, ma sono consapevole che se i limiti non li metto io ai miei figli, chi lo deve fare?

Il senso della rinuncia e del sacrificio sono stati per la mia generazione, gli ingredienti per crescere sani nella vita, nel’amore, nelle relazioni, nel lavoro. Sono stati i capisaldi per affrontare tutte le prove che inesorabilmente il quotidiano ci mette davanti.

Oggi rinuncia e sacrificio non sono socialmente più riconoscibili, apprezzati. E per noi Padri, dare il senso del LIMITE è diventata una missione impossibile. Senza porre ARGINI cresciamo generazioni che vivono, come scrive il Professore Massimo Recalcati :” con un senso del godimento permanente” e continua : ” spegnendo ogni desiderio”. Basta guardare tanti adulti che affrontano la vita in questo modo!

E tutti gli studiosi di scienze sociali, di ogni scuola, sono concordi nell’affermare che il risultato di questa mancanza di desiderio e passione sta generando una depressione, apatia giovanile mai così diffusa come in questo momento storico. Anche se va detto chiaramente che non è solo questa la fotografia dei giovani di oggi.

Ma di chi è il compito, se non dei Padri, quello di dare una TESTIMONIANZA nello scoprire passioni, talenti, bizzarie dei propri figli, dei ragazzi ?

E’ tempo di essere adulti, di essere Uomini.

25
Feb

Telemaco è venuto da me

 

Sotto un fior molle di tessuta lana
Ei volgea nel suo cor, per quell’intera
Notte, il cammin che gli additò Minerva. Odissea, I libro.

E Telemaco stette tutta la notte a pensare al viaggio che avrebbe intrapreso l’indomani.

Ma voi quanti ragazzi conoscete che hanno trascorso una notte a pensare al viaggio che hanno desiderio di compiere? In quanti ragazzi vedete ardere la passione di scommettere per qualcosa di grande ? Di ancora sconosciuto ? Di avventuroso ?

Io sono fortunato, li conosco, li vedo tutti i giorni sono i ragazzi che approdano nella mia comunità a metà del loro viaggio. La prima metà del viaggio è quello fisico e geografico dove si percorrono migliaia di kilometri e si vivono traversie di ogni genere, la seconda metà è quando arrivati in un porto si inizia a crescere come uomini e donne mantenedo ancora la Speranza.

Di questi ragazzi ho addosso, sulla mia pelle, i loro sguardi. Sono di emozioni travolgenti, rabbia, gioia, amore, vendetta, speranza. Sono occhi accesi sulla vita che non so descrivere. Sono sguardi di giovani che vivono fino in fondo, senza risparmiarsi, i loro desideri. E per me sono un esempio, una testimonianza, un monito forte e vivo di come da adulto devo vivere la mia vita.

E verso questi nostri adolescenti, non tutti, addormentati, sazi di ogni desiderio, spenti dalla passione, che vivono perennemente in una narrazione disperata del presente o nel consumare tutto subito senza provare la fatica e l’avventura sento una responsabilità profonda.

Sì, perchè a chi spetta il compito di far ardere questo desiderio di infinito ? Chi deve soffiare sul vento dell’entusiasmo dei ragazzi ? Chi deve preoccuparsi non di coprire, proteggere, soffocare, eliminare tutti i problemi ma di vivere le difficoltà come modo vero e profondo per conoscersi come uomini e donne ? Chi lo deve fare ?

Loro, i ragazzi, guardano i nostri occhi, anzi i miei, tutti i giorni. In questi occhi cercano il mondo da sfidare, un’avventura da vivere, una canoa da condurre nelle cascate della vita da soli.

A me resta solo il compito di guardare e dargli tutto il coraggio che posso, che trovo. Tutto il coraggio che chiedo a Dio.

Luigi Pietroluongo

 

04
Feb

Le 10 mosse per rovinare un figlio.

di Luigi Pietroluongo

Qualche settimana fa sono stato invitato a riflettere, presso L’Università della Famiglia della Fondazione Exodus di Cassino – www.exoduscassino.it -,  su un tema scottante, attuale, intimo come l’educazione dei propri figli.

L’oggetto dell’incontro è stato come rovinare un figlio in dieci mosse.

La domenica precedente all’evento ho avuto a pranzo una decina di amici e nel bel mezzo dell’arrosto con patate ho annunciato, così sottotono, che avrei partecipato a questa inziativa la settimana seguente. E così senza neanche troppo pensarci ho chiesto agli altri la loro personale lista di come rovinare un figlio. Si è aperto un mondo. Passato l’arrosto, i formaggi, le verdure, i dolci, la frutta e il caffè siamo rimasti a parlare fino all’imbrunire.

Si è spalancato, negli occhi dei miei partecipanti, un desiderio forte e naturale di raccontarsi, far uscire dubbi, paure e incertezze sulla propria condizione di genitori.  Tutti parlavano del quotidiano, del non detto, delle proprie attese, di quando sono stati figli adolescenti. Un bel pomeriggio domenicale, un momento formativo, intimo, di riflessione sulla propria condizione genitoriale.

In un tempo in cui gli stimoli (presunti) educativi sono tantissimi aumenta tanto l’incertezza delle scelte dei genitori sui propri figli. Io non sono da meno, essendo padre di due bambini di 8 e 4 anni.

Di buona lena, il mattino seguente ho inziato a scrivere e smontare i frammenti del mio quotidiano scomponendoli per scoprire tutto quello che facevo e non volevo fare e tutto quello che avrei voluto fare da adesso in poi. Alla fine della settimana è uscito questo:

1) Non avere momenti esclusivi solo con lui/lei. Un momento esclusivo consegna un timbro emozionale che ti porterai tutta la vita. Ho inziato, la sera, a leggere il Piccolo Principe. Ma non può mancare una gita, una’avventura, un concerto, un museo, un viaggio insieme.

2) Non avere momenti di tenerezza fisici: abbracci, carezze, baci. Ho sempre pensato che la fisicità esprima più profondità delle parole. E’ una cura di bellezza e tenerezza sopratutto per chi li compie e poi per chi li riceve.

3) Denigrare, mortificare lui/lei oppure altri in sua presenza. Devo porre grande attenzione di chi parlo e di come parlo, un momento di rabbia, di sconforto non è sempre decifrabile come momentaneo da chi lo ascolta.

4) Esaltarlo, adularlo. Il processo di autostima, così importante per tutto il suo futuro, non passa edulcorando la realtà. Se i talenti vengono messi in evidenza testimoniando la speranza allo stesso modo va espresso il concetto di limite ed il suo superamento.

5) Non ascoltare con attezione anche quando si è stanchi morti. Facile a scrivere, ma la sera prima di dormire si apre uno spazio magico non viverlo vuol dire perderci qualcosa di grande.

6) Replicare modelli negativi ( di cui si è coscienti). Io cresco insieme a mio figlio. Ma mio padre e mia madre … i nostri genitori ci hanno amato per come potevano e sapevano fare. Noi siamo adulti, è tempo di crescere. E la crescita nostra è dentro la relazione, di tutti i giorni, con i nostri figli. #cresciamoinsiemeairagazzichecresciamo

7) Non tradirlo, non ingannarlo. In particolar modo non ingannando noi stessi.

8) Non dare valore alla sua unicità, non paragonarlo ad altri. Se non si coltiva il senso profondo della bellezza nelle relazioni con gli altri, nella natura, nell’arte, nella musica inevitabilmente ci capiterà di perderci pensando che esistano modelli assoluti da seguire. E’ una tentazione pericolosissima e subdola, va combattuta costantemente.

9) Non spiegargli le ragioni dei no. Mi piace pensare che ci si educhi al pensiero critico.

10) Non dargli modo di fare esperienze dei suoi talenti, conoscerli e valorizzarli. Contaminarsi nel mondo per non avere paura del diverso ma anzi accoglierlo come occasione per conoscersi più in profondità.

Salmo 138.

“Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio;
sono stupende le tue opere,
tu mi conosci fino in fondo”

30
Dic

Se non progredisci in virtù di necessità regredisci (Padri della Chiesa)

foto di Igor Todisco

di Luigi Pietroluongo

Sono passati ormai diversi anni da quando per la prima volta ho ascoltato questa massima dei Padri della Chiesa : “se non progredisci in virtù di necessità regredisci”.

E’ stata una frase che mi è risuonata dentro per molto tempo, è stato un “effetto pancia” prima e poi invece, piano piano, la metabolizzazione e la consapevolezza che sensa il desiderio, lo stimolo, il coraggio di mettersi in gioco continuamente non si arriva da nessuna parte. Al contrario non è che ci si ferma, come in una sorta di stand by,  immobili e leggiadri ma si regredisce inesorabilmente.

Così come accade naturalmente per qualsiasi muscolo del corpo umano anche di un atleta, se questo non si allena, perde volume, consistenza, forza. Così è per tutto il resto nella vita. La notra formazione, i nostri talenti, la nostra dimensione spirituale, le relazioni, il nostro corpo senza allenamento non si elevano, non restano immobili ma perdono forza, ragione, senso e consapevolezza del nostro vivere.

Per allenarsi ci vuole però un allenatore, un metodo e degli strumenti e costanza.

E’ un tema, questo della nostra crescita umana, troppo sottovalutato che fa pensare. Nelle equipe professionali, che lavorano nelle relazioni di aiuto, è indispensabile affrontare la crescita professionale e umana con un progetto personale.

Il progetto personale per gli operatori prevede tre dimensioni: umana, professionale e culturale ed per ognuna di esse una griglia di domande a cui rispondere per fare il punto della situazione almeno due volte l’anno.

E’ solo uno strumento, uno dei possibili resta chiaro e forte il principio che senza dubbio se non progredisci nelle virtù inesorabilemte regredirai.

 

 

 

29
Nov

Mohamed ha rubato l’ombrello

Mohamed ha rubato l’ombrello.
di Luigi Pietroluongo

E’ da tempo che ci lavoro.

Insieme ad una nota associazione locale, nella loro sede di Cassino, ho organizzato un bel corso di computer. Ho coinvolto un giovane studente universitario di informatica e tutti gli operatori per una nuova attività che avesse, tra le altre cose, la possibilità anche di ottenere un attestato utile alla richiesta dei documenti nel passaggio dalla minore alla maggiore età.

Divisi i gruppi di lavoro oggi pomeriggio ci siamo recati, felici e baldanzosi, al nostro corso. Sebbene qualche difficoltà logistica, l’entusiasmo è salito alle stelle e tutti si sono mostrati desiderosi di conoscere qualcosa di più oltre i social che naturalmente, come tutti gli adolescenti, impazzano sui cellulari.

Alle 17 abbiamo terminato e salutato tutti e sotto una pioggia scrosciante ci siamo avviati per riprendere l’autobus. Tutto bene, o quasi.

Intorno alle 18 vengo avvertito dal Presidente dell’associazione che dalla sala sono scomparsi due ombrelli, tra l’altro uno dei due anche di valore.

Chiudo la telefonata e si diffondono in me sentimenti di furia, rabbia, amarezza. Eppure conosco molto bene la nostra utenza, i nostri ospiti.

Passa poco tempo e, messi alle strette, uno del gruppo confessa che Mohamed ha preso l’ombrello per dispetto e con fare di sfregio, arrivato all’autobus, lo ha gettato in un prato.

Con fare di sfregio. Perché?

Le risposte non sono facili. Il ragazzo è in comunità già da molti mesi, rifiuta la proposta educativa. Non va a scuola, non fa attività sportive, non ha agganciato una relazione significativa con nessun operatore, passa le giornate in camera, aspetta il week end per andare da uno zio a Roma per fare non si sa bene cosa. Non ha stimoli, non vuole stimoli.

Sale la rabbia, la frustrazione di veder falliti tutti i tentativi fatti fino ad adesso. Sono questi i momenti in cui penso che il nostro è un lavoro duro, durissimo perché tutto il fare professionale è dentro il senso di una reciprocità’ che se viene meno produce inevitabilmente fallimento.

In questi casi l’operatore non deve agire di impulso, e se una equipe è sana ci si aiuta tra colleghi. Si aspetta qualche giorno, si allertano le persone, gli adulti che ritiene importanti, si coinvolgono sul da farsi che certo non può essere:” adesso perdonalo e poi la prossima volta …”

Si verifica se il ragazzo è realmente consapevole di cosa ha provocato il suo gesto, l’associazione ha sospeso il corso di pc. Il suo sfregio non permetterà agli altri ragazzi la possibilità di fare una esperienza nuova, bella, utile. Si chiede al ragazzo di capire in che modo vuole riparare alla situazione vissuta, che cosa è disponibile a fare. In sostanza in che modo intende prendersi le sue responsabilità, perché necessariamente deve farlo anche nei giorni a venire. Se non si riesce a fare questo passaggio allora si è valicato il limite borderline con difficoltà psico-sociali. Occorrono interventi sanitari specializzati.

Se per esempio manifesta comportamenti ossessivi, compulsivi violenti, aggressivi, oppure anti sociali dobbiamo mettere in conto tutta un’altra strategia.

Ma soprattutto la trappola più importante è di non personalizzare l’accaduto come se tutto fosse dipeso da noi e per quanto possiamo mortificarci con chi abbiamo coinvolto, non è colpa nostra. Può succedere ed è  da mettere in conto, perché non siamo capaci di controllare tutto. La colpa non è nostra.

E’ su queste montagne russe di giorni amari ed esaltanti dobbiamo imparare a stare. Non da soli ma solo e sempre in equipe.

14
Nov

Dacci oggi i nostri problemi quotidiani

di Luigi Pietroluongo

Qual è l’oggetto del lavoro di un coordinatore, responsabile di risorse umane, di una comunità educativa, se non quello di risolvere problemi. Sempre, di continuo, uno dietro l’altro, uno sopra l’altro.

Risolvere problemi è il compito di qualsiasi altro lavoratore direttore, imprenditore o libero professionista.

Questa consapevolezza così ragionevole dal punto di vista razionale, nella frenesia di tutti giorni la perdiamo. Anzi cadiamo in una trappola mentale pericolosa.

In una comunità di minori adolescenti, perdendo il nostro focus, e cioè che siamo risolutori di problemi, siamo convinti che se riusciamo ad allontanare il ragazzo molto problematico tornerà la serenità in comunità senza contare che dopo poche settimane magari ne arriveranno altri di ragazzi ancora più problematici. Pensiamo che riparata la finestra e la porta staremo apposto per scoprire che qualche ora più tradi le caldaie sono in blocco in pieno inverno con i ragazzi inbufaliti per le docce, di improvviso ci rendiamo conto che il il budget fatto per la spesa alimentare è fuori di brutto, che il fornitore della spesa igiene è in ritardo sulla consegna e che senza il gel qualcuno potrebbe scatenare le “guerre di Persia”, che i documenti non arrivano, che i tutori non rispondono, che piove e fa troppo freddo e che c’è il sole e fa troppo caldo e non si resiste.

Un capitolo a se stante riguarda il gruppo operatori.

Superate le due persone da gestire si innescano dinamiche complesse. Vorremmo che i colleghi ci capiscano al volo, che fossero più puntuali, più preparati, in grado di sapere cosa e come fare tutto. Vorremmo ricevere lodi, almeno un sorriso, per il nostro operato, la nostra fatica, i nostri sacrifici, le nostre ore in più. Invece niente, anzi.

Quando facciamo una scelta accontentiamo qualcuno per lasciare incazzati la maggior parte, siamo troppo amici e perdiamo la nostra autorevolezza. Qualcuno ci vorrebbe più controllori, più comprensibili, più gentili, più grintosi, altri simpatici, altri più seri. Ognuno vorrebbe qualcosa, vorrebbe quello che non siamo.

Di sicuro arrivano momenti di forte stanchezza in cui cercare aria nuova, ossigeno per riprendere aria. Bisogna prendersi del tempo e capire le modalità per ripartire, pena il nostro esaurimento. E allora che fare? impazzire, non credo proprio. Vi indico qualche suggerimento che mi è stato molto utile.

Fatevi un cruscotto di controllo. Individuate, studiate, elaborate degli indicatori che possano “misurare” la qualità delle relazioni professionali che vivete. La soddisfazione delle persone che vi circondano, se sono adeguate al focus su cui lavorate, individuate le potenzialità sempre e comunque in numero maggiore ai limiti. Pensate percorsi di crescita, piccoli, sfidanti che immettano in una tensione formativa le persone. Lavorate di strategia.

Circondatevi di un supervisore, di un’occhio esperto. Non di rado siamo troppo immersi nei problemi per metterli a fuoco. Ci vuole un “terzo”, un esterno che ci aiuti a rendere nitide dinamiche sotterranee, che ci guide verso vie di uscita quando sembra che le abbiamo provate tutte, che stimoli, esalti o rallenti i ritmi del gruppo.

Diagnosi dei problemi a più voci, senza sottovalutare nulla. Se il ragazzo difficile ha un problema psichiatrico grave deve essere aiutato, curato con professionalità e certosina cura medica – farmacologica.  Se l’operatore scopre di essere fuori focus, inadatto al contesto, non desideroso di crescere, deve essere incoraggiato a cercare altro.

Restiamo curiosi, desiderosi di leggere, frequentare persone interessanti, vedere film o spettacoli teatrali per emozionarci. E preghiamo o se proprio non volete pregare meditate.

Ricordiamoci a vicenda di avere cura di noi. Trovate un vostro equilibrio di serenità per tenere a bada l’ansia. Non c’è nessuna altra possibilità per essere un coordinatore.

Che la buona sorte vi assista! Ci assista!

12
Nov

Perchè le competenze non fanno la differenza.

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Le competenze non fanno la differenza.

di Luigi Pietroluongo.

Nessuno si illuda!

In una comunità educativa le competenze degli operatori  e le loro abilità educative sono necessarie, soprattutto se sono in formazione permanente, ma non sono sufficienti a rispondere in pieno al mandato educativo che, anche per legge, dobbiamo avere.

Le competenze, sempre aggiornate, ci consentono di maneggiare con disinvoltura gli strumenti con cui fare il nostro lavoro : la relazione significativa e il progetto educativo.

Ma nella vita di comunità, come del resto in qualsiasi altro lavoro, sono molti i momenti in cui bisogna superare ostacoli, stanchezze, frustrazioni, fatiche. Nel nostro lavoro ogni giorno viviamo la gestione del conflitto con gli adolescenti. Gli operatori sanno bene che l’adolescenza è tipicamente un momento in cui si genera il conflitto eppure non sono pochi i colleghi che entrano ” nelle paludi” e si immobilizzano.

Le competenze in quel caso non bastano anzi al contrario possono essere addirittura una zavorra per tirarci ancora più giù. Per esempio quando nella nostra mente girano pensieri della serie  :” ma come, dopo aver tanto studiato non riesco nemmeno a risolvere questa situazione “ , ” ma io non ho studiato per questo”, etc…  tutti rigorosamente pensieri distruttivi.

E’ così che si crea finalmente l’occasione per alzare lo sguardo, iniziare a guardare un orizzonte di senso, interrogarsi su le ragioni profonde del nostro fare. Il quotidiano con i suoi ritmi veloci ci fa guardare sempre in basso, ci fa perdere i motivi originari per cui abbiamo scelto un certo corso di studi o proprio quel lavoro.

E’ il momento di chiedersi : ma quali sono i miei valori, i miei principi ispiratori ? E come e dove li faccio crescere ?

Nelle difficoltà del quotidiano, nei contrasti con i ragazzi, con i colleghi, nella trappola della routine di tutti i giorni e in queste tempeste che bisogna avere una bussola per orientarsi.

E allora la prossima volta che mi capiterà di selezionare un collega prima dei certificati di carta, gli farò quelle domande che lasciano sempre un pò interdetti, della serie …

ma tu della tua vita sei il protagonista o una comparsa ? quante volte nella vita ti è capitato di dire : ti amo, perdonami, ti ho perdonato e grazie ?

 

 

04
Nov

Gestire risorse umane è il lavoro più (faticoso) bello del mondo.

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di Luigi Pietroluongo.

Avere chiaro che la gestione delle risorse umane non è un lavoro facile anzi, al contrario, molto faticoso è la scoperta dell’acqua calda.

Richiede quella esperienza, arguzia, istinto per essere in continuazione funamboli oscillando tra una giusta autorevolezza opportuna a mantenere il distacco necessario ed assicurare un comportamento adeguato al contesto lavorativo e non di quattro amici al bar e la dose corretta di complicità con i dipendenti capace di far sentire le persone a proprio agio, valorizzare i loro talenti, fare squadra.

Si tratta forse di una mission impossible ? In parte. Una delle difficoltà maggiori è che la ricerca di questo equilibrio, autorevolezza e complicitànon è dato una volta e per sempre ma è in continuazione da ricercare, aggiustare, correggere.

Un equilibrio precario perché mutano le variabili in gioco: l’arrivo di persone nuove, la partenza di altre, nuovi obiettivi da raggiungere, eventi legati all’esistenza privata delle persone, l’influenza dei leader, la capacità di coinvolgersi e vivere il senso di appartenenza, la credibilità e la competenza di chi gestisce le risorse umane.

Negli anni ho verificato alcune condizioni, necessarie e utili, per restare in equilibrio come i nostri amici funamboli.

L’allenamento. Allenarsi sempre alla propria formazione, al proprio entusiasmo, all’intelligenza emotiva nelle relazioni che viviamo. Il lavoro prima delle competenze, importantissime, è fatto di relazioni umane. Se queste sono pregne di umanità, calore, vita vissuta, ascolto dei silenzi diventano le fondamenta su cui costruire e mettere insieme le competenze per diventare sempre più efficienti. Senza questo movimento umano delle emozioni e del cuore il luogo di lavoro si cannibalizza. La competizione esasperata tra i colleghi di lavoro non è produttiva ma distruttiva. La competizione senza le basi della cooperazione conduce verso un viaggio breve. Tutte queste condizioni della mente e del cuore non sono date per sempre ma devono trovare luoghi, persone, tempi, strumenti e metodi per allenarsi. Non crescono da sole.

Il ritmo. Un luogo di lavoro non è mai fermo, statico, immobile. E’ sempre in divenire, come lo siamo noi. Il leader deve imparare a leggere il non verbale sui volti dei colleghi, come un cane da caccia deve fiutare i pericoli, gli antagonismi e le paludi. Deve rallentare, stimolare, accelerare e soprattutto inventare opportunità, eventi in cui i colleghi possano avere obiettivi sempre sfidanti. Si conduce un team avendo la consapevolezza che non sarà una guida rilassante in autostrada a tre corsie ma che ci saranno salite e discese, strade strette e molti bivi in cui dover scegliere dove andare e assumersene la responsabilità.

Contaminarsi. il lavoro è una parte della realtà, non la realtà della vita. Per lavorare bene, e mettere in gioco veramente i talenti personali, bisogna contaminarsi. Per avere punti di vista originali, dare profondità al proprio mandato professionale e fare la differenza bisogna fare esperienze in cui sperimentarsi, conoscersi ancora di più di quanto crediamo di aver fatto. Questo significa decontestualizzarsi dal proprio luogo di lavoro e fare insieme ai colleghi altro. L’arte, la spiritualità, l’avventura, la sfida di obiettivi comuni esaltanti, la natura.  Non ci sono limiti alla fantasia e alla risorse che in un determinato si dispongono.

Cari colleghi non ci resta che osare. Con coraggio !

 

 

 

22
Ott

A.A.A. Cercasi padri urgentemente!

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A.A.A. Cercasi Padri urgentemente, no perditempo solo veramente interessati!

Osservo i miei amici, i miei colleghi di lavoro e le persone che conosco e tutti, superati da un pezzo i trent’anni, non si sentono, e soprattutto, non si chiedono se è venuto il tempo di essere adulti. Di vivere da adulti.

La pienezza della propria umanità, di quando sentiamo di tracciare il nostro personale solco della vita, arriva proprio quando si inizia a fare esperienza della propria paternità e maternità. Si! perché è bene ricordarlo, ribadirlo che si può essere padri e madri senza avere figli, anzi le dimensioni di paternità e maternità si allargano oltre misura tanto da risultare fortemente inclusive per chiunque si trova lungo il percorso della propria strada.

Quando iniziamo a prenderci cura, quando pensiamo e agiamo dicendo:”mi interessa”! delle persone che, non casualmente incontriamo, facciamo esperienza della nostra più profonda umanità. Ci scopriamo diversi, veniamo contaminati, ne usciamo migliori.

Lavorando in una Casa Famiglia faccio esperienza, tutti i giorni, di quanto i ragazzi abbiano desiderio di avere un padre. Un padre lo cercano sempre, mi verrebbe da scrivere lo cercano disperatamente nei loro silenzi, nel loro  incedere, nell’incapacità di esprimere il proprio dolore, nella rabbia, nell’indecisione costante di prendere decisioni, nel capire ciò che è giusto.

E’ allora è padre chi guarda questi ragazzi, uno ad uno, e sente di volergli bene, può guardarlo e sostenere il suo sguardo. E’ padre che gli indica la strada e non la percorre per lui. E’ padre chi aiuta a discernere il bene e il male. E’ padre chi testimonia il bene con la propria vita. E’ padre chi rischia la fiducia e crede anche quando nessun altro è pronto a farlo. E’ padre chi sa accogliere quando non ci sarebbero i presupposti.  E’ padre chi testimonia il bene comune, il senso civico, il rispetto come valore fondante delle relazioni.

Per essere padri non occorre avere figli, bisogna avere il coraggio di essere umani. C’è spazio per chi decide che è tempo di vivere da adulto.  

01
Ott

Il rischio educativo che nessuno vuole più

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Rifletto da giorni sul fatto che siamo circondati da tantissimi venditori di sicurezze. Sarà che è così evidente che siamo tutti un pò più insicuri, ed il mercato del “non ti proccupare che tu sei forte” è in grandissima ascesa.

Vorremmo eliminare i rischi, essere efficienti, tendere alla perfezione di non si sa bene di quale modello di vita. Un modello figo, uno di successo, come si vede nelle trasmissioni del pomeriggio televisivo oppure in questi reality fasulli e frivoli, finti più della plastica che almeno, se ricilata, ha la sua utilità.

E invece vivere comporta i suoi rischi, si sbaglia e pure tante volte, e se abbiamo qualcuno che ci tende una mano si riparte. Il fallimento è allora il paradigma di un vincente, di uno che ha deciso di mettersi in gioco, di provarci fino in fondo.

Ed a me che sono genitore ed educatore lo ripeto ogni giorno, come un mantra, che non bisogna avere paura e lasciarli andare. Ed è dura perché bisogna fidarsi.

La fiducia però è una cosa difficile, richiama ad un rapporto intimo con se stessi, misterioso, segnato delle rughe e lacrime vissute, delle carezze e delle parole che ci hanno riempito di sogni. E’ un solco che qualcuno ha tracciato davanti a noi, sul quale noi ci incamminiamo senza ragioni seguendo un istinto innato. Dare fiducia ad un ragazzo significa illuminare il suo coraggio, credere in lui come fossimo gli specchi del mago di OZ, sentire di dare un’occasione, di accompagnare verso il volo, di accarezzare insieme il sogno di un giovane che diventa vita.

Tutto molto bello! E quando il ragazzo sbaglia? Ti trasdisce? Non onora la sua parola?

Si deve ripartire, e per farlo occorre saper guardare lontano oltre il momento di amarezza. Ma guardare lontano richiede una fiducia nella vita di cui l’adulto deve aver fatto esperienza. Ci chiede a noi più grandi sempre di metterci in gioco. Ed è una gran fatica soprattutto se non sei allenato.

E allora noi tutti educatori non improvvisiamoci sulla partita della fiducia, alleniamoci insieme. Non c’è cosa più importante che essere per un adolescente il suo trampolino di lancio, la mano che lo rassicura, il coraggio che lo rincuora.

Quel ragazzo sarà un uomo con un sorriso in più.