27
Set

Il futuro è negli occhi tuoi

Il futuro è negli occhi di tutti noi.

E’ un tema di cui si parla troppo poco, sottovalutato. Si è vero si parla di futuro sui giornali, quasi sempre con toni allarmistici, ma il futuro di cui si scrive riguarda l’economia, la società, la politica, gli acquisti  miliorari dei campioni sportivi. Io sto pensando ad altro.

In una equipe di operatori sociali, lo sguardo di ognuno, su ciò che ci aspetta nella realtà che viviamo è cruciale. Quanto siamo consapevoli di essere costruttori, protagonisti di quello che ci aspetta cambia il modo di vivere il nostro presente. Troppe volte incontro persone, sopratutto tra gli operatori sociali, piegate su loro stesse e sui problemi del quotidiano amplificati all’ennesima potenza.

Senza un orizzonte lungo di senso, gli ostacoli della giornata sembrano insormontabili, sembrano sovrastare ogni possibilità di riuscita. Educarsi a rialzare lo sguardo per riprendere il respiro, ognuno secondo tempi e modi suoi, riconsegna nuova energia vitale. Entusiasmo e voglia di continuare.

Chiedo sempre ai miei colleghi se avvertono la sensazione di essere osservati, se sono coscienti che tanti occhi giovanissimi li guardano, li studiano, li sezionano. Sguardi che fingono di giocare al cellulare, di assopirsi, di distrarsi. Sguardi che cercano sguardi di vita, di speranza, di forza e di sicurezza per affrontare un altro giorno, per andare incontro al proprio destino.

Scrive oggi Papa Francesco : ” La Speranza è la spinta a condividere il viaggio della vita”.

Di questa Speranza, perchè possiamo viverla profondamente, dobbiamo farne esperienza. E credo che noi siamo molto fortunati perchè la possiamo fare propio da quelli che possono insegnarcela : i giovani migranti. Da questo incontro, a volte scontro,  nascono i momenti, uno di fianco all’altro, che disegnano il nostro futuro 

E allora il tema di come guardiamo il futuro ci riguarda come educatori, padri, genitori, uomini e donne che hanno il coraggio di restare umani. Perchè per questi giovani, con cui viviamo le nostre giornate, noi siamo specchi. E se quindi immaginiamo il nostro futuro prossimo pieno di ansia, paure, senza speranza, senza soluzioni, senza possibilità noi compiamo un atto di grave responsabilità nei confronti di chi come adulti dovremo far volare.

A. mi guarda, mi scruta tutti i giorni. Cerca di capire i miei stati d’animo, conta i miei sorrisi o i minuti delle mie pause. Quando gli parlo e gli ricordo le cose che deve fare per esempio andare a scuola tutti i giorni fa finta di non capirmi ma se gli parlo di quello che farò domani pende dalla mie parole. A. mi ricorda che la speranza di domani mattina passa da questa giornata e che anche se piena di troppa fatica è una giornata in cui ho donato e inaspettatamente ricevuto.

A. mi ricorda tutti i giorni che La Storia siamo noi.

La storia siamo noi, siamo noi padri e figli, siamo noi, Bella Ciao

che partiamo

la storia non ha nascondigli, la storia non passa la mano

la storia siamo noi

siamo noi questo piatto di grano

  

23
Ago

Lavorare è donare

Oggi ho pensato al nostro contratto collettivo nazionale. Ci è stato chiesto di tenerlo a portata di mano in ufficio, è utile dicono, i colleghi possono consultarlo e verificare tutte le postille.
Possono conoscere quanti giorni di ferie abbiamo, in quali orari dobbiamo lavorare, le voci della busta paga, le mansioni precise e molte altre cose ancora. Il contratto di lavoro regola tutto, o quasi. Se non dovesse bastare ci sono i consulenti del lavoro, commercialisti e avvocatii, tecnici competenti che ti guidano in ogni cavillo giuridico. Diritti e doveri, dicono.

E allora perché i problemi sul posto di lavoro sono infiniti ? Perché tutti rivendicano qualcosa ? Perchè serpeggiano spesso  lamentele, gente malcontenta, rivendicazioni di ogni tipo. Perché ?

Perché si arriva in ritardo al lavoro, parlo anche di 5 minuti di ritardo, perché invece di svolgere i propri compiti si gioca con il cellullare, perchè ci si dimentica completamente che tutto quello che facciamo e diciamo è osservato, studiato dai minori con cui viviamo, perchè veniamo tristi, scoglionati, arrabbiati sul posto del lavoro, perché molti colleghi non conoscono nenache i nomi dei ragazzi con cui sono ?

I ragazzi con cui passo le mie giornate hanno le idee confuse su tante cose, sull’Italia e su loro stessi, ma sul fatto che il lavoro debba portare soldi per riscattarli dalla povertà le idee sono chiare. La loro equazione è la seguente : documenti=lavoro=soldi.

Eppure dentro questa equazione c’è qualcosa che non funziona. E non funziona non solo per questi ragazzi ma anche per gli operatori,  noi che abbiamo scelto, chi più e chi meno,  di essere riferimento educativo per altri.

Chiedo ai miei colleghi se hanno mai pensato che il salario, che ricevono dal lavoro che fanno, è solo la parte finale del lavoro svolto. Manca tutto il resto. Per esempio che il nostro lavoro può realizzarci pienamente come persone, definisce i nostri talenti, ci insegna a condividere, a gratificarci, affiniamo la nostra capacità di affrontare le difficoltà, di risolvere i problemi, di resistere, di gioiere. Di diventare persone migliori, più belle e non solo con qualche soldo in tasca.

Mi rendo conto che queste parole le sentono in pochi, anche nelle famiglie italiane, perchè l’idea del successo e delle periferie esistenziali dell’avere sovrastano qualisasi felicità delle persone.

Mi chiedo, allora, come possiamo misurare negli operatori il desiderio di guardare negli occhi un ragazzo per sostenrlo, l’entusiasmo di giocare insieme a lui, l’impegno nel fare insieme i compiti, la creatività nella cucina, l’ottimismo di affrontare la vita e le sue difficoltà, la resilienza come virtù, la compassione per la sua sofferenza. Come misuriamo la passione durante la giornata?

La risposta è che non possiamo misurare niente di tutto questo, perché tutta questa passione è dono di ogni lavoratore, di ogni uomo che comprende, o meglio fa esperienza personale, che si parte donando ma inaspettatamente si riceve sempre molto di più di quello che si è dato.

 

 

 

 

25
Giu

Il lavoro del futuro? Sarà di chi saprà spiegarci il valore del tempo (libero)

In questo tempo così confuso, pieno di gente che cerca punti di riferimento nuovi e tenta di rivisitare i vecchi ascoltati dai propri cari, in questo tempo pieno di gente che ha smesso di cercare e aspetta non si sa bene cosa, proprio in questo tempo bisogna scegliere se essere costruttori di ponti o di muri.

Un tempo in cui c’è bisogno del coraggio di lasciarsi svegliare e avere la capacità di contaminarci, per conoscere e gustare le altre culture, così da poter dare maggior significato alla nostra identità.

Sarà di questi uomini e donne il futuro. Saranno quelli che sapranno spiegarci che, per esempio, il tempo libero è una invenzione occidentale e nei paesi asiatici non esiste.

I flussi migratori subiranno negli anni politiche a intermittenza tra chi sarà favorevole e chi meno, ma nessuno potrà fermare intere popolazioni che si muovono in cerca non solo di futuro ma di un presente per i propri figli in cui poter essere veramente umani, in cui conquistare a costo della vita la propria dignità. Nessuno può negare la storia, le migrazioni continueranno.

E allora se adesso osiamo e scegliamo, prima nel cuore, e poi nelle professioni della mediazione come valorizzare la diversità avremo lavoro assicurato, in abbondanza.

Come il mio amico Ahmed che spiega agli imprenditori italiani che hanno rapporti commerciali con uomini e donne dell’altro mondo, ma che vivono qui in Italia fra noi, che il tempo per gli uomini asiatici è unico, non si divide in libero e occupato e che l’individuo da solo non si percepisce se non nel gruppo familiare allargato, molto allargato. E che nessuno deve preoccuparsi della privacy, perché non esiste nella maggior parte delle lingue asiatiche una parola che la possa spiegare.

Questi costruttori di ponti del futuro ( ma anche del presente) sapranno valorizzare le culture millenarie degli uomini e come cercatori di altri tempi troveranno la radice comune per vivere in armonia nel nostro tempo. Troveranno il coraggio di essere umani.

www.ilcoraggiodiessereumani.it

di Luigi Pietroluongo

18
Mag

Il coordinatore lo sa

 

Gioia di Tommaso Primo.

Le relazioni, i silenzi, gli umori di una Equipe sono sempre in movimento. Ci sono fasi che sembrano ripetersi ma sono tutte differenti. Ogni educatore porta un pezzo della sua storia e la mischia, quasi senza accorgersene, insieme a quella degli altri. Il risultato è un vissuto carico, pieno di energia e di sentimenti, che se non ha una direzione esplode.

La partenza di un buon coordinatore è la certezza che dentro il cuore di ogni collega ci sono così tanti talenti, alcuni già scoperti e molti altri ancora da scovare, da diventare un vero e proprio archeologo. Cerca le tracce di quello che vede di buono, le segue come un segugio, aspetta il momento giusto.

E’ il primo a dare fiducia. Rischia per primo.

Il coordinatore si mette in gioco, ha chiara la direzione ma prima di partire ascolta ognuno come un confessore attento, legge negli occhi tutto quello che non è detto, segue il suo istinto e gli indizi come un investigatore per capire quali sono le ambizioni di ognuno.

Il coordinatore imparare ad essere un vero ingegnere perché l’esperienza gli consiglierà come costruire i ponti per unire le divisioni, sostenere i contrasti, e quando proprio non ci riuscirà saprà che dopo essersi incazzato ci sarà il tempo per ricominciare e ripartire.

Deve sentire come soffiano gli umori, imparare a navigare come un marinaio esperto che sa quando cazzare o lascare le vele, spingere e motivare il gruppo sapendo che deve curare una relazione esclusiva con ognuno.

Chi gestisce una equipe sa che non è solo un lavoro ma è soprattutto una scelta, quella di scegliere di appartenere ad uno stile educativo che consapevolmente si condivide. Sa che una equipe ti chiede sempre di uscire da te stesso, a volte ti forza ed è proprio una gran fatica. Scopre, insieme agli altri, se a quel lavoro è vocato.

Un coordinatore sa che non è mai arrivato, quando è felice dopo una bella giornata sa che anche l’indomani deve continuare a conquistarsi ancora il suo pezzo di fiducia.

Un coordinatore lo sa. Sa cos’è la gioia.

 

10
Mag

Ahmed nel reparto neonati

Ahmed nel reparto neonati

Oggi ho accompagnato Ahmed a fare acquisti nel reparto neonati di un grande magazzino.

A luglio nasce suo nipote, il suo primo nipote e vuole inviare in Egitto, alla sua famiglia, tanti regali.

Non c’è, a prima vista, nulla di anomalo se non fosse che si parla di un ragazzo di 17 anni al suo primo stipendio e che invece di comprare per se pensa solo alla sua famiglia in Egitto.

Ha un contratto come aiuto cuoco, lavora con impegno e sacrificio ed è felice perché con i soldi assicura una vita più degna a tutte le persone lasciate in Egitto

Ahmed è un adolescente ( così si dice dalle nostre parti) con il vestito da uomo, ha le mie stesse preoccupazioni, i miei stessi pensieri,  le mie stesse responsabilità di padre, con un unica differenza io ho 45 anni.

Giovani uomini in terra straniera, loro malgrado uomini troppo presto.

Hanno da insegnarci questi ragazzi, testimoni del sacrificio come senso non solo del dovere ma della possibilità di essere felici, di sentirsi realizzati.Felici di vedere felici i loro cari.

Sembrava scontato qualche tempo fa. Adesso ognuno vive per se, il mondo finisce con noi stessi, la felicità corrisponde alla narcisistica soddisfazione di tutti i nostri desideri.

Abbiano smarrito la strada  della nostra felicità e ( i tanti ) Ahmed  venuti da terre lontane ci aiutano a ritrovarla.

Ma lo sappiamo non c’è peggior sordo per chi non vuol sentire.

23
Apr

L’equipe “esaurita”

Il nostro lavoro è fatto di tante relazioni, alcune di esse sono emozionanti altre sono problematiche, in alcuni casi molto problematiche.

Il nostro è uno di quei lavori in cui per vincere devi avere la spinta forte della passione. La passione per i giovani, perché credi che questo é il modo con cui tu puoi lasciare quel piccolo pezzo di mondo, intorno a te, un po migliore di come lo hai trovato.

Ogni giorno in una comunità di adolescenti accadano tante situazioni, alcune molto visibili altre, apparentemente, invisibili. Ma accadono perché in una comunità di giovani c’è sempre vita.

Ed anche quando non accadono eventi particolarmente traumatici, la vita quotidiana con i nostri ragazzi nasconde tante piccole tensioni che si accumulano e di cui spesso anche l’operatore non ne ha consapevolezza fino a quando scoppia. 

Ognuno reagisce a suo modo. C’è chi per un niente vorrebbe menar le mani, chi alza la voce, chi aumenta il normale consumo di caffè e sigarette, chi abusa con l’uso del cellullare, chi alza il livello di intolleranza, chi si sforza di essere positivo mentre dentro é lacerato, insomma ce ne per tutti.

Poi arriva un momento, uno qualsiasi e si accende per un niente la tensione. Cosa fare ?

Prima di tutto non bisogna provare vergogna ne tanto meno senso di inadeguatezza per questo sottile malessere che si sente dentro. Al contrario occorre trovare uno spazio per iniziare una concreta fase di consapevolezza, dando nome e cognome al proprio malessere.

Dobbiamo ricordarci che nel nostro lavoro l’incontro-scontro è costante, nel tempo logorante ed anche, se si perde il senso profondo di quello che si fa, molto demotivante, della serie :” tanto quello che faccio non serve a niente “.

Subito dopo è opportuno fare un’analisi attenta delle alleanze negative nate in Casa Famiglia e di quali sono i profili particolarmente problematici. Quando si hanno le idee chiare e si sono raccolte tutte le informazioni sui ragazzi, si cambia strategia.

Quindi si  cambiano i ruoli degli operatori, si  cambia schema, si cambiano le deleghe del lavoro in Casa, si cambiano le responsabilità, si modificano degli atteggiamenti di risposta agli eventi negativi. Si decide chi diventa un nuovo operatore autorevole. Si cambiano le parole da usare, si modificano anche i silenzi.

Ultimo punto si coltiva fuori della comunità una vita gratificante.

Perché per testimoniare dentro una comunità  il desiderio di vivere una vita bella, la vita dobbiamo saperla vivere per primi sulla nostra pelle.

Buona vita a tutti!

19
Apr

Coltivare la bellezza in ogni luogo 

Questa mattina abbiamo piantato i gerani nella fioriere delle nostre finestre.

Accenni di primavera, voglia di colore, desiderio di bellezza. 

La bellezza ha certamente categorie concettuali variabili, può dipendere dai costumi, dai gusti personali, dalle tradizioni vissute, dalle emozioni a cui leghiamo oggetti, profumi, persone.

Ma gli eventi dolorosi o particolarmente traumatici ci fanno perdere questo desiderio, questa ricerca. Ci fanno credere che si può vivere il quotidiano senza cercare il bello intorno a noi e dentro di noi. A volte capita anche che smarrito il senso di questa ricerca dimentichiamo che esiste.

Immagino sempre, anche se l’immaginazione non aiuta, cosa può voler dire per un ragazzo arrivato sulle nostre coste ripensare il suo processo identitario. 

Il compito dell’equipe è allora ricostruire, insieme a lui, la voglia di vivere, sentire, provare, accarezzare il bello.

Per questo voglio essere molto esigente con me stesso, e con gli altri, sulla pulizia della comunità, l’attenzione all’ordine e alle piccole cose come gli odori, i colori, la tenerezza, la  cura della persona. Perché non sono da intendersi come esercizi di educazione alla disciplina ma al contrario possibilità di vedere con occhi nuovi il nuovo mondo. Desiderio di scoperta.

Oggi ho visto Ahmed piantare i gerani, oggi ho visto un ragazzo felice. 

Felice per tutti quei colori.

11
Apr

Selezionare, Formare, Innovare

dal diario di questa sera

Sono tre dimensioni più interiori che esteriori, ci aiutano a mantenerci in un atteggiamento attivo, positivo, entusiasta.

Selezionare come discernere. Scegliere i nostri criteri di selezione, prima di tutto etici. Cosa è giusto per me ? E perché ?

Formare come curiosare, contaminarsi. Lasciare che l’esperienza della realtà, compresa l’arte, ci provochi. Continui a porci domande interessanti e desiderio di cercare le risposte.

Innovare come esperienza di ricerca. Atteggiamento del cuore e della mente inquieto. Non pensarsi mai arrivati, godere di quanto fatto ma mantenersi nella posizione di chi deve ancora scoprire.
Madonna della Sapienza, prega per noi!

10
Apr

Comunque andare 

Lungo il percorso può capitare di perdersi. Camminiamo ma perdiamo il senso, il motivo profondo del nostro andare.
Non è un problema se riusciamo a renderci conto che ci siamo persi. Anzi è una buona occasione per ridare forza al nostro cammino.

Nella vita quotidiana in una comunità di adolescenti si vede subito quando ci perdiamo.

Per esempio quando tutti iniziano a dare per scontate le relazioni tra i minori e gli educatori. Quando si percepisce la novità sempre come non allineata e non come momento di creatività, quando viene meno l’essere generativi per replicare sempre lo stesso quotidiano.

Quello è il momento di fermarsi senza paura e di rinegoziare insieme la direzione.

Si riesce se gli altri dell’ Equipe comprendono che non si arriva alla meta da soli, che tutti sono importanti ma non insostituibili, se tutti condividono lo scopo per cui siamo partiti.

Perché se è chiaro lo scopo e chiaro anche l’agire. Cit. Don Luigi Giussani 

08
Apr

L’Equipe nelle comunità educative, lavoro e vita assieme 

Il lavoro in una comunità educativa non si può pensare senza una Equipe. 
Pertanto è necessario pensare a come prende forma e di quale cura ha bisogno nel tempo. 

Nell’Equipe sana ogni operatore ha un ruolo diverso che diventa ( o dovrebbe diventare) complementare

Perché il gioco dei ruoli sia funzionale al nostro lavoro è importante che ogni operatore abbia consapevolezza del proprio ruolo e di quello degli altri.
Il ruolo corrisponde al timbro caratteriale di ognuno ed alla capacità di valorizzare i propri talenti personali.  Per questo è molto rischioso lavorare in una comunità educativa senza conoscere e valorizzare i propri talenti.

La complementarità è la capacita manageriale di valorizzare tutti i talenti degli operatori tutti assieme. Questo è il lavoro principale del Coordinatore.

È un lavoro di strategia.

L’equipe, per essere condotta, ha bisogno di una direzione comune, fortemente condivisa, e di un forte senso di appartenenza. Consapevoli che  la direzione intrapresa non è mai data una volta per sempre ma deve essere sempre ricalibrata secondo le forze possibili in quel determinato momento. 

È un lavoro di empatia.

L’equipe vive e lavora assieme, come nel nostro caso, giorno e notte, ogni giorno, tutti i giorno dell’anno.  Il modo di fare del nostro collega, sopratutto se diverso dal nostro, ci riguarda sempre. Nel pensiero diverso, nell’esperienza professionale diversa, nelle storie di vita uniche c’è la vera grande ricchezza di un gruppo se condividono un obiettivo forte comune.

È un lavoro di cuore, perché l’educazione è cosa del cuore.

L’equipe è sopratutto quello che ognuno di noi, nessuno escluso, decide di investirci in termini di energie di tempo, di pensiero, di azione, di comprensione e di sorrisi.

Si, perché in equipe ci si può anche divertire lavorando bene.

È tempo di partire, è tempo di Equipe.