02
Apr

Le mie parole 

Le mie parole sono sassi, precisi aguzzi pronti da scagliare su facce vulnerabili e indifese.  Samuele Bersani

È da qualche giorno che mi soffermo a pensare a quanto pesano le parole che pronuncio di fronte ai ragazzi e ai miei colleghi.

Le parole muovono la responsabilità di scelte, possono mortificare o risollevare, facilitare oppure ostacolare, aiutano a sorridere nelle difficoltà o ti paralizzano.

È importante essere attenti a come le usiamo. Vorrei approfondirne sempre il significato, l’etimologia.

Sono sicuro che dentro c’è di più, che nel tempo, e nelle diverse fasi della vita, le stesse parole cambiano, ci cambiano. 

Vale la pena fare memoria delle parole che abbiamo ascoltato e ripensare a tutte quelle che avremmo voluto sentire e che nessuno ci ha mai detto, lasciandoci orfani di parole.

Pesano le parole, sono leggere le parole.

22
Mar

Mani che pelano patate 

Sono mani di ragazzi albanesi quelle che nella foto pelan patate.

È un gesto semplice, ripetuto da tanti che non ha niente di originale se non fosse che lo stann0 facendo due ragazzi di 17 anni.

Sono ragazzi in semi autonomia che vengono preparati ad affrontare la vita da soli tra qualche mese. Sapersi cucinare significa avere cura e rispetto per se stessi, significa nel loro caso entrare sempre più in profondità nella cultura di un altro paese.

Saper spendere bene il denaro guadagnato con la propria fatica è un passo necessario quando si inizia a vivere da soli. Sapere cosa e dove comprare è essenziale alla vita quotidiana.

Sono passaggi, per la maggior parte di noi, assolutamente scontati perché abbiamo a casa chi pensa a noi e pensiamo che sia normale averlo. 

La verità è che non è così. Ci sono giovani cuori che hanno bisogno di essere accompagnati a diventare adulti, ad essere uomini e donne che seppur stranieri saranno e sono cittadini del nostro Paese.

Pelar patate non è più un gesto banale, è il preludio a spiccare il volo.

17
Mar

Cercando un padre

Hassan era lì, mi aspettava. È arrivato nel buio e andato via senza che potessi accorgermene. Voleva parlare, cercava un padre.

È stato uno dei ragazzi più difficili con cui ho lavorato. Silenzioso, violento, aggressivo, impaurito e smarrito.

Ieri sera però cercava un padre. Mi guardava con gli occhi di chi cerca e vuole essere consolato, accolto, abbracciato non solo fisicamente ma nell’anima. 

Voleva un consiglio, lo voleva da chi sa che gli vuole bene  a prescindere. Ha lasciato suo padre troppo presto, imbarcato come un uomo e accovacciato su una bagnarola terrorizzato come un bambino.

Chissà quella rabbia da dove parte, chissà che hai visto.

Ti ho detto poche parole, ti ho abbracciato, ti ho detto guardandoti negli occhi che non sei il tuo errore. Ti ho chiesto di credere in te e ho trattenuto le lacrime per la commozione.

Abbiamo mangiato la pizza e bevuto una Coca-Cola. Dopo non abbiamo più parlato e hai sorriso.

Poi sei andato via.

12
Mar

La Bellezza bisogna andare a prendersela

Le parole hanno un peso. 

A  Fra Giuseppe, dalla platea, chiedono come hai fatto a rinunciare a tutto ? E lui risponde placido: ” è il contrario io ho rinunciato a qualcosa e ho scelto Tutto”.

È uno stimolo a ripensare a cosa ho rinunciato nella mia vita. E a pensarci bene non è proprio una domanda da week end. Adesso però non posso più tirarmi indietro.

Chi sente di aver rinunciato è concentrato su cosa ha lasciato, al contrario, chi vive con pienezza è consapevole dei doni ricevuti. 

Svanisce il sentimento della rinuncia quando si è consapevoli che la scelta di vita che abbiano intrapreso è dentro il disegno che Dio ha pensato per noi. 

Lo sappiamo perche nella scelta intrapresa viviamo tutta la fatica che costa ma ne avvertiamo profondamente la pace, la gioia, il senso di gratificazione. Viviamo una profonda gratitudine.

Torno indietro e mi sembra di non aver rinunciato, anzi di aver scelto. Il punto è  quindi vivere la propria vita da protagonisti e non lasciare che gli altri possano scegliere per te.

E andarsi a prendere la Bellezza!

09
Mar

Se dal cemento rinasce l’orto 

La rinascita è cosa seria. Avviene strappando centimetri alla disperazione, alla voglia di mollare tutto. 

Arriva perché qualcuno ci ha incrociati, e, inconsapevolmente, ci ha dato la possibilità di Sperare. Si rinasce anche quando, dentro di noi, scopriamo una forza che non sapevamo di avere. 

Realizziamo la scoperta che niente nella vita può essere perduto anche con la morte vista, sbattuta in faccia a 16 anni.

E se io vedo in quel pezzo di cemento un buco mal messo, Matar ci vede un orto bellissimo, ed io in questa alba di primavera, nella Valle di Comino ancora fredda per la neve , mi riscaldo commuovendomi.

Da solo, senza nessuno. Perché capisco che attorno a me ci sono maestri di Speranza. 

08
Mar

Abilità strategiche per lavorare con gli adolescenti 

Una comunità di adolescenti ha due nodi strategici su cui tutti gli operatori devono formarsi, riflettere, crescere: la gestione del conflitto e il carisma nella relazione con gli adolescenti.

Non avere paura di esprimere un dissenso anzi saperlo sostenere, con serenità e lucidità,  quando tutto intorno gli animi sono molto agitati è di fondamentale importanza. Ogni adolescente, in casa famiglia, pone molte richieste a volte sono compulsive. Alcune sono richieste normali, giuste e di soddisfazione dei bisogni quotidiani altre sono “sfidanti”. 

In questo modo vogliono misurare l’operatore, capire chi hanno di fronte. In alcuni casi, non pochi per la verità, nascondono il desiderio di essere contenuti dallo smarrimento che vivono. 

È  quindi evidente che se l’operatore reagisce con rabbia, silenzio, paura, chiusura, confusione, smarrimento andrà a provocare la stessa medesima reazione nel ragazzo. 

Cosa fare ? Intanto prima di accettare un lavoro in Casa Famiglia bisognerebbe chiesersi se si hanno le attitudini necessarie e poi, in secondo luogo, avviare un percorso formativo permanente  di gestione del conflitto.

Il carisma è invece quella capacità personale di interessare, incuriosire, attirare l’attenzione del ragazzo.  È  certamente un’abilità che si migliora con l’esperienza ma, anche in questo caso, si parte dal vissuto personale di ogni operatore. Se si è lontani da questa capacità bisognerà che l’operatore si chieda se e come intende procedere per colmare questa lacuna.

Se non coltivato, affinato questo  carisma si costruiscono relazioni ” malate”.  Si rischia di incorrere in una relazione di dipendenza. Può essere il caso in cui le operatrici, non formate, mettono in moto atteggiamenti seduttivi, più o meno inconsapevoli, minando fortemente l’equilibrio del ragazzo e dei suoi coetanei nella comunità.

 Gli operatori uomini, senza carisma, incorrono molto spesso  in una ” non relazione “. Si limitano a  poche frasi di circostanza e nei casi peggiori si sottomettono ai desideri dei ragazzi più scaltri e aggressivi. Immaginate i risultati.

Il lavoro con gli adolescenti è  cosa del cuore ( cit. Don Bosco), richiede passione, vocazione. Richiede uno sguardo che sa vedere, nelle tempeste, il sereno.

04
Mar

Lasciatemi cantare 

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Lasciatemi cantare sono un italiano, un italiano vero. .. canta il nostro Toto Cotugno

Cantare in un sabato pomeriggio mentre si decide di tinteggiare con un nuovo colore la propria cameretta.

Sono prove di costruzione di un nuovo processo identitario.  Dopo il viaggio e la paura (che mai più dimenticheranno), dopo le attese disattese di tutto quello che gli avevano detto del nostro paese, dopo la sensazione di abbandono ( che nascondono negli angoli più profondi della loro anima), dopo tutto questo c’è il tempo per ripartire.

E cosi quando canti, colori e giochi con gli operatori, tuoi fratelli maggiori, rinasci. Un’altra volta. 

15
Gen

Minori Stranieri non Accompagnati, una realtà Italiana

Negli ultimi dieci anni, la presenza dei minori soli negli spostamenti è divenuto un fattore comune delle migrazioni a livello mondiale. Il loro numero è drammaticamente aumentato, sono i nuovi protagonisti dei processi migratori. Questo “nuovo” fenomeno globale ha portato diversi paesi, tra cui il nostro, a porre il tema dei “minori soli” al centro dell’azione pubblica e dell’agenda politica, ha spinto inoltre molti ricercatori ad interrogarsi sulla propensione dei giovani all’emigrazione per comprendere i fattori che li orientano a lasciare i loro paesi di origine.

Dalle biografie dei minori migranti, a partire dalle cause della migrazione attraverso i fattori di spinta o di attrazione (push and pull factors), possiamo vedere delineati quattro profili di minori non accompagnati presenti in Italia (Giovannetti, 2008°;2008c):
– Minori in fuga da guerre, persecuzioni, conflitti – Si tratta di minori provenienti per lo più da Afghanistan, dall’Eritrea, dal Gambia o dalla Somalia. Molti di loro nella vita comunitaria (quando arrivano nella seconda accoglienza – le comunità per minori) portano un bagaglio di conflitti, traumi, dolori che “devono” essere necessariamente ricostruiti.
– Minori mandati dalle famiglie, emigrati per ragioni economiche, alla ricerca di opportunità lavorative – In questo caso, la decisione della migrazione è spesso maturata nel contesto familiare e la scelta dell’Italia, come paese di approdo, nasce dalla convinzione diffusa capillarmente dalla criminalità organizzata che offrirà opportunità di lavoro molto remunerative. Le stesse famiglie investono diversi soldi, non di rado in prestito dalle stesse organizzazioni di trafficanti per restituirli con alti tassi di usura. Questi giovani provengono quasi esclusivamente, almeno nella regione Lazio, dalle zone rurali dell’Egitto. La crisi e le riforme politiche hanno colpito le zone a vocazione agricola lungo le sponde del Nilo e hanno determinato gravi condizioni di povertà. (Save the Children, 2014)
– Minori attratti da “nuovi modelli e stili di vita” si tratta di una porzione modesta di giovani migranti. Sono giovani non solo attratti dal benessere economico vigente nei nostri paesi, ma soprattutto dallo stile di vita occidentale, da un modello che vedono non segnato dalla deprivazione in termini esistenziali prima che economici. Si tratta per esempio di giovani tunisini in fibrillazione in seguito alla “primavera araba” e di giovani albanesi che, richiamandosi tra clan familiari, cercano dimora per realizzare gli studi in un effetto “college Italia.” E’ però interessante sottolineare il massiccio numero, degli ultimi quattro anni, di minori egiziani arrivati anch’essi per fare esperienza di “qualcosa di nuovo” abbindolati da personaggi che descrivono il nostro paese come il paese dalle uova d’oro. Questa tipologia di giovani migranti si manifesta, nel quotidiano delle comunità, con una scarsa motivazione
nel processo di integrazione. Si arrendono molto facilmente alle difficoltà, fanno fatica a seguire i percorsi scolastici, in generale ad aprirsi al mondo esterno alla casa famiglia.

Le modalità del viaggio sono le più svariate, una miriade di rotte e di strategie e soprattutto tanto coraggio. Una prima distinzione riguarda tra chi organizza il suo viaggio da solo e chi si affida alle organizzazioni criminali di trafficanti (per esempio i minori Egiziani e dell’africa subsahariana).
Una volta approdati nel nostro paese diventa molto importante capire a chi si rivolgono per primi. Le scelte possono essere due : il sistema di accoglienza regolare come le forze di polizia, i servizi sociali dei comuni, gli operatori sociali oppure, l’altra scelta, i connazionali che nella maggior parte delle volte li immettono nel sistema irregolare dell’immigrazione. Molti di loro vengono sfruttati nelle frutterie oppure negli autolavaggi diffusi in tutto il Lazio. I connazionali si mostrano loro come guide capaci di dispensare il vademecum della sopravvivenza in Italia.

Nel VI Rapporto 2016 dell’ANCI – I comuni e le politiche di accoglienza dei minori stranieri non accompagnati – Roma si attesta nel 2014 la prima città italiana ad ospitare più minori stranieri non accompagnati con 1.960 presenze in un trend di crescita che è stato in costante aumento negli ultimi due anni. Sempre nel 2014 (con un dato simile anche negli ultimi due anni) registriamo che i minori sono quasi la totalità adolescenti tra i 16-17 anni solo l’1% ha meno di 10 anni.
Sono nel 2016 sono arrivati in Italia 25846 minori stranieri non accompagnati giunti via mare, nel 2015 erano 12450 e nel 2014 sono stati 13026 (dati UNHCR). I minori non accompagnati rappresentano oggi il 15% di tutti gli arrivi via mare (dati ISMU) mentre costituivano l’8% nel 2015 e il 7,7 % nel 2014. La maggior parte arriva dall’Africa. Al primo posto i giovani Eritrei, Gambiani, Nigeriani, Egiziana (in modo significativo presenti nel Lazio).

Appare quindi chiaro che il nostro presente e futuro imminente ruota intorno alla parola integrazione. Alla definizione che ne sapremo dare, alle esperienze che riusciremo a realizzare, ai modelli che sapremo definire. L’integrazione sembra essere una delle parole più cercate su Google. E’ la sfida dei nostri tempi, un compito a cui la Chiesa Italiana non si sottrae. Questa parola, integrazione, è talmente importante che, come accade in questi giorni, segnerà lo stile di vita di ciascuno di noi.
Ma l’integrazione non è un evento magico, non si realizza con la forza del pensiero, senza fatica e senza buttare il cuore oltre l’ostacolo. E’, prima di ogni cosa, un sentimento popolare di disponibilità alla contaminazione di tutto il bello e il buono presente in questo nostro mondo. L’integrazione è la consapevolezza che ci sono strade nuove per soluzioni a problemi antichi. E’ occasione per non “accomodarci” nelle nostre poltrone dell’indifferenza ma spinta a partecipare, a metterci ognuno il suo. L’integrazione ci chiede, con forza, di mettere a frutto i nostri talenti.

Le scienze sociali, gli operatori sociali sono chiamati ad individuare e condividere quali sono le esperienze più riuscite ma soprattutto quali possono essere gli indicatori che facilitano questo processo. L’esperienza e le strade dell’integrazione, nelle Case Famiglia per minori stranieri, è in questo senso uno spaccato di vita significativo. Siamo convinti, infatti, che il processo dell’integrazione, in particolare dei minori stranieri non accompagnati, si realizza tutto su un delicato equilibrio.
Da una parte occorrono strutture dignitose, abilità educative, assistenziali, psicologiche, sanitarie eccellenti, non improvvisate e sempre in formazione permanente. E’ importante essere consapevoli anche che gli operatori sociali sono “agenti di promozione” capaci di raccontare quanta ricchezza può esserci in chi arriva da un mondo diverso. Professionisti consapevoli, che ancor prima del lavoro bisogna entrare in un tessuto sociale: fare parte delle associazioni di volontariato, sportive, culturali, partecipare alle loro attività diventarne protagonisti. Vivere lo sport per fare squadra (nel senso di appartenere ad una comunità) e non come trampolino per chissà quali successi economici. Pensare la cultura, il laboratorio di teatro come momenti in cui i giovani si conoscono, si confrontano, definiscono i loro talenti. Occorrono professionisti sociali che sappiano intercettare la governance della politica locale perché spieghino che parlare di immigrazione non è solo parlare di “cooperative” ma, con maggiore attenzione, delle persone che invece di essere viste come piene di risorse e di conoscenze importanti vengono solo ed esclusivamente catalogate come un problema. I professionisti devono quindi proporre un’azione di advocacy perché è compito anche e soprattutto della politica locale trovare le occasioni in cui questi nuovi amici possano farsi conoscere dalla comunità.

Se tutto questo deve essere presente in chi accoglie non può mancare la parte di chi è accolto. Non può mancare per diversi motivi. Ai nostri giovani ospiti, prima di ogni cosa, dobbiamo chiedere di mettersi in gioco con un grande sforzo di volontà, caparbietà, resilienza rispetto ad uno dei viaggi (interiori) più complessi nella vita che è quello di lasciare le proprie abitudini ed entrare in una nuova cultura.
Non si tratta evidentemente solo di imparare le parole italiane, compito necessario, ma di capire come gli italiani usano le parole, come pensano, come parlano, come esprimono rabbia e amore, come costruiscono insieme, che idea hanno della famiglia, del lavoro. Si tratta di apprendere un alfabeto sociale, emotivo, culturale completamente diverso. E’ sottolineo che la parola italiana diverso non rende l’idea di come si stravolge il loro mondo. Entrano in una Terra di Mezzo dove incontrano adulti, le equipe educative, che si pongono con un alfabeto emozionale e relazionale diverso da quanto hanno fino ad ora vissuto.
Per ognuno di loro inizia un travaglio che consiste nella fase di riadattamento e che ognuno affronterà secondo le risorse personali che può mettere in gioco, ammesso che decida di essere protagonista di questo particolare periodo della sua vita.
Molti di questi ragazzi diventano quindi dei veri e propri esempi. Adolescenti in grado di affrontare difficoltà grandi con coraggio, dedizione, perseveranza. Ragazzi che vivono lo studio o il lavoro come una delle più grandi occasioni della vita, divorano i libri e mangiano con gli occhi gli artigiani. Adolescenti che dovrebbero frequentare i nostri adolescenti addormentati sulle loro “presunte” sicurezze.

Non è però sempre così.

Quando, invece, un ragazzo decide, per infiniti motivi, di non andare a scuola, di non frequentare la attività che la Casa Famiglia gli offre, di rifiutare il cibo italiano, di non curiosare con la musica italiana, di non partecipare alle attività sportive, di mantenere i contatti con la famiglia di origine ma di non averne con gli adulti italiani di riferimento con cui convive ogni giorno, noi Stato Italiano cosa dovremmo fare? Dovremmo continuare a concedere un parere positivo per il permesso di soggiorno di attesa occupazione? E i ragazzi che hanno rifiutato per intero una proposta educativa, oppure sono arrivati a pochi mesi dai diciotto anni, e quindi solo ed esclusivamente per i documenti, possono dirsi integrati?
Non credo. Entrano nel tessuto della società italiana degli alieni della “Terra di Mezzo”. Le stazioni delle città metropolitane italiane ne sono piene. Tutte le notti ospitano sui cartoni, come larve, giovanissimi perduti nella “Terra di Mezzo”. Giovani che hanno deciso di non mettersi in gioco, che non ne hanno avuto il tempo perché arrivati a ridosso del diciottesimo anno.
Sono domande importanti che richiedono risposte a più livelli. Lo Stato Italiano sta discutendo una nuova legge ad hoc sui minori stranieri non accompagnati. Gli operatori sociali devono fare sistema per individuare le pratiche e gli indicatori di riferimento. E poi occorre soprattutto un grande lavoro di advocacy sulla politica ad ogni livello, professione ad oggi praticamente sconosciuta.
Ma alla fine di tutte queste parole resta, per tutti, sempre la stessa domanda: oggi cosa scelgo di costruire un ponte o un muro?

Festa in Casa Famiglia.