16
Dic

Un’altra possibilità

Credo in chi ancora cerca una strada e non in chi le strade le distrugge.

E’ questo un periodo particolare in comunità.
Il mio ruolo è quello di decidere, scegliere. Assumermi la responsabilità, anche di sbagliare.

Certo devo ascoltare e non solo le parole, devo osservare e non solo guardare, devo pensare le conseguenze di quello che decido e non solo agire d’istinto. Devo ascoltare tutti e poi cercare una sintesi.

Quando però resti deluso, amareggiato dall’inganno , o forse solo dalla fragilità, di un tuo ragazzo tutto si complica.

E’ in quel momento che tento disperatamente un equilibrio tra la fermezza e la tenerezza. Ho sempre addosso la sensazione di inerpicarmi su strade tortuose, quelle che ho percorso in tanti anni di scoutismo, dove non sai mai cosa trovi dietro le colline che sali.

Mi domando, mettendo a freno la mia indomabile istintività, che cosa c’è dietro a quel furto, perché hai deciso di trasformarti in un ladro, perché i soldi in tasca che porti non ti bastano mai, perché decidi di frequentare “quelle persone”, perché non senti l’odore di bruciato negli sguardi avidi che ti cercano per interesse, perché coinvolgi altre anime fragili come o peggio di te che si mascherano da duri.

Ti ho detto quello che pensavo, e cioè che la fiducia si suda e si conquista come quando si sente la fatica del camminare insieme. Ti ho detto che nessuno regala niente nella vita e che dobbiamo scegliere con attenzione le mete che vogliamo raggiungere.

Mi sono chiesto se ti sei sentito voluto bene e che idea ti sei fatto del bene e se qualcuno te l’ha mai chiesto che significa la parola bene. Mi sono chiesto se hai sentito crescendo parole che ti incoraggiavano, ti abbracciavano quando avevi bisogno e ti spingevano quando eri timoroso.

Già le parole! Nel nostro lavoro segnano la strada, orientano, condizionano o confondono. Quando guardiamo negli occhi un ragazzo, le parole che escono in quel momento, possono pesare come macigni e allo stesso tempo liberarci dai pei che ci portiamo.

Ed è con queste parole che ti dico che dentro l’inferno dorato in cui hai deciso di andare c’è una strada anche per tornare. E’ quella strada c’è sempre anche quando penserai di averla smarrita.

Quella strada ci sarà sempre fino a quando un educatore avrà parole per raccontarti della bellezza della vita e tu decidere di viverla.

06
Nov

Abbiamo solo due scelte : costruire muri o ponti. Ognuno di noi si chieda qual è la sua scelta.

Scrive Wikipedia alla voce Integrazione: “ Nelle scienze sociali, il termine integrazione indica l’insieme di processi sociali e culturali che rendono l’individuo membro di una società. L’integrazione dipende anche dalla capacità di socializzazione di ogni individuo.”

Ed è questa parola, integrazione, talmente importante che, come accade in questi giorni, segnerà lo stile di vita di ciascuno di noi. I flussi migratori non rispondono più alle categorie della emergenza ma si sono strutturati. Significa, per capirci, che interi popoli con le loro culture sono in movimento ed arrivano a ripopolare, cosa impensabile prima di oggi, oltre le metropoli anche i paesi dell’entroterra italiani.

Ma l’integrazione non è un evento magico, non si realizza con le pozioni di qualche ciarlatano mago televisivo. E’, prima di ogni cosa, un sentimento popolare di disponibilità alla contaminazione di tutto il bello e il buono presente in questo nostro mondo. L’integrazione è la consapevolezza che ci sono strade nuove per soluzioni a problemi antichi. E’ occasione per non “accomodarci” nelle nostre poltrone dell’indifferenza ma spinta a partecipare, a metterci ognuno il suo. L’integrazione ci chiede, con forza, di mettere a frutto i nostri talenti.

Le scienze sociali, gli operatori sociali sono chiamati ad individuare e condividere quali sono le esperienze più riuscite ma soprattutto quali possono essere gli indicatori che facilitano questo processo. L’esperienza e le strade dell’integrazione, nelle Case Famiglia per minori stranieri, è in questo senso uno spaccato di vita significativo.
Sono convinto, infatti, che il processo dell’integrazione, in particolare dei minori stranieri, si realizza tutto su un delicato equilibrio.

Se da una parte occorrono strutture, necessitano soprattutto abilità educative, assistenziali, psicologiche, sanitarie eccellenti, non improvvisate e sempre in formazione permanente. Operatori sociali come “agenti di promozione” capaci di raccontare quanta ricchezza può esserci in chi arriva da un mondo diverso. Persone che siano consapevoli, che ancor prima del lavoro bisogna entrare in un tessuto sociale: fare parte delle associazioni di volontariato, sportive, culturali, partecipare alle loro attività diventarne protagonisti. Vivere lo sport per fare squadra (nel senso di appartenere ad una comunità) e non come trampolino per chissà quali successi economici. Pensare la cultura, il laboratorio di teatro come momenti in cui i giovani si conoscono, si confrontano, definiscono i loro talenti. Occorrono professionisti sociali che sappiano intercettare la governance della politica locale perché spieghino che parlare di immigrazione non è solo parlare di “cooperative” ma, con maggiore attenzione, delle persone che invece di essere viste come piene di risorse e di conoscenze importanti vengono solo ed esclusivamente catalogate come un problema. I professionisti devono quindi proporre un’azione di advocacy perché è compito anche e soprattutto della politica locale trovare le occasioni in cui questi nuovi amici possano farsi conoscere dalla comunità.

Se tutto questo deve essere presente in chi accoglie non può mancare la parte di chi è accolto. Non può mancare per diversi motivi. Ai nostri ospiti, prima di ogni cosa, dobbiamo chiedere di mettersi in gioco con un grande sforzo di volontà, caparbietà, resilienza rispetto ad uno dei viaggi (interiori) più complessi nella vita che è quello di lasciare le proprie abitudini ed entrare in una nuova cultura.

Non si tratta evidentemente solo di imparare le parole italiane, compito necessario, ma di capire come gli italiani usano le parole, come pensano, come parlano, come esprimono rabbia e amore, come costruiscono insieme, che idea hanno della famiglia, del lavoro. Si tratta di apprendere un alfabeto sociale, emotivo, culturale completamente diverso. E’ sottolineo che la parola italiana diverso non rende l’idea di come si stravolge il loro mondo. Entrano in una Terra di Mezzo dove incontrano adulti, le equipe educative, che si pongono con un alfabeto emozionale e relazionale diverso da quanto hanno fino ad ora vissuto.

Per ognuno di loro inizia un travaglio che consiste nella fase di riadattamento e che ognuno affronterà secondo le risorse personali che può mettere in gioco, ammesso che decida di essere protagonista di questo particolare periodo della sua vita.
Molti di questi ragazzi diventano quindi dei veri e propri esempi. Adolescenti in grado di affrontare difficoltà grandi con coraggio, dedizione, perseveranza. Ragazzi che vivono lo studio o il lavoro come una delle più grandi occasioni della vita, divorano i libri e mangiano con gli occhi gli artigiani. Adolescenti che dovrebbero frequentare i nostri adolescenti addormentati sulle loro “presunte” sicurezze.

Non è però sempre così.

Quando, invece, un ragazzo decide, per infiniti motivi, di non andare a scuola, di non frequentare la attività che la Casa Famiglia gli offre, di rifiutare il cibo italiano, di non curiosare con la musica italiana, di non partecipare alle attività sportive, di mantenere i contatti con la famiglia di origine ma di non averne con gli adulti italiani di riferimento con cui convive ogni giorno, noi Stato Italiano cosa dovremmo fare? Dovremmo continuare a concedere un parere positivo per il permesso di soggiorno di attesa occupazione? E i ragazzi che hanno rifiutato per intero una proposta educativa, oppure sono arrivati a pochi mesi dai diciotto anni, e quindi solo ed esclusivamente per i documenti, possono dirsi integrati?

Non credo. Entrano nel tessuto della società italiana degli alieni della “Terra di Mezzo”. Le stazioni delle città metropolitane italiane ne sono piene. Tutte le notti ospitano sui cartoni, come larve, giovanissimi perduti nella “Terra di Mezzo” .
Giovani che hanno deciso di non mettersi in gioco, che non ne hanno avuto il tempo perché arrivati a ridosso del diciottesimo anno.
Sono domande importanti che richiedono risposte a più livelli. Lo Stato Italiano sta discutendo una nuova legge ad hoc sui minori stranieri non accompagnati. Gli operatori sociali devono fare sistema per individuare le pratiche e gli indicatori di riferimento. E poi occorre soprattutto un grande lavoro di advocacy sulla politica ad ogni livello, professione ad oggi praticamente sconosciuta.

Ma alla fine di tutte queste parole resta, per tutti, sempre la stessa domanda: oggi cosa scelgo di costruire un ponte o un muro?

15
Ott

Un porto in mezzo al mare

​Ragazzi che lasciano la Casa Famiglia e partono per la vita. La Casa Famiglia è, in un periodo particolare della vita di un adolescente, un porto. Un luogo fisico ed emotivo dove sentirsi al sicuro, protetti. Un posto dove scontrarsi, confrontarsi, incontrarsi tutti i giorni. Un posto dove guardare, ascoltare gli altri non immaginando che si sta guardando se stessi. Un posto dove mettersi in gioco pronti per essere protagonisti della propria vita. E allora, ragazzi miei, buona strada!

05
Set

Ci dicevano (in TV) : Tutto il mondo gira intorno a te. Tutto falso!

L’Appartenenza è avere gli altri dentro di sè. Sarei certo di cambiare la mia vita se potessi cominciare a dire noi. Giorgio Gaber

Ci hanno detto per anni, in un noto spot televisivo, che il tutto il mondo sarebbe girato intorno a noi. Alla frase seguiva il signore attempato, proprietario della banca, che con un bastone disegnava il cerchio intorno a lui.

Una pubblicità geniale che ha interpretato pienamente il sentire comune di tutti questi anni : al centro ci sono io, i miei desideri, la mia affermazione, la soddisfazione di quello che io penso sia giusto, il momento magico. Al centro io. Una spinta individualistica fortissima veicolata dai film, giornali e sopratutto trasmissioni televisive. Ci siamo immersi in una eterna adolescenza, in cui predomina su tutto il desiderio di affermare la propria identità, di cercare i propri spazi.

Trascorro tutte le mie giornate con ragazzi adolescenti, vivo con loro, ascolto i loro sogni, la loro rabbia e la loro solitudine. Ragazzi che arrivano in Italia con un mandato chiaro lavorare il prima possibile per sostenere la famiglia, i fratelli più piccoli. Portano con loro un’idea di famiglia, centro della loro vita, luogo primigenio dell’amore, dell’educazione alla vita e al lavoro.

Quando arrivano in Italia, ed iniziano a vivere in Casa Famiglia frequentando la scuola e le attività sportive, e si confrontano con i loro coetanei italiani restano spiazzati. Molti dei loro amici hanno genitori separati, hanno famiglie allargate, vivono in totale contrasto e trasgressione nei confronti dello stile familiare.

I loro coetanei italiani, non tutti, hanno scarpe firmate, piumini e pantaloni all’ultima moda. Hanno smartphone, sorrisi di circostanza, appuntamenti mondani, occhiali da sole per non guardarsi negli occhi. Hanno la libertà del loro tempo. Ma la libertà per fare cosa durante le giornate?

Adolescenti, giovani adulti e adulti che crescono dimenticando, o peggio non facendo nessuna esperienza, di come sia importante imparare a costruire i propri sogni insieme agli altri. Di come coltivare relazioni possa essere una esperienza grandiosa di conoscenza di se stessi. Non abbiamo imparato più a riconoscere tutta una serie di necessità che non riguardano la singola persona, ma le nostre vite insieme.

La Casa Famiglia è quindi una straordinaria palestra per trovare alleanza su valori condivisi al di là della propria appartenenza etnica o religiosa. Questi anni passati lontano dalle braccia delle vostre madri e dagli sguardi paterni è quindi una grande possibilità. Imparare nelle giornate trascorse ad ammirare i talenti dei nostri amici invece che solo i difetti, avvicinarsi per condividere un momento di tristezza o di malinconia, mettere insieme i saperi vecchi e nuovi che portiamo, risolvere insieme un problema, (ri)costruire il pezzo rotto, il cuore infranto per una ragazza.

Dare un senso alla vita di tutti i giorni e farlo insieme.

21
Ago

Lavoro con gli stranieri (minori) ma sono un educatore

fisiologia dei comportamenti in comunità
(formazione in gruppo appartamento)

Coordino gruppi appartamenti per minori stranieri e sono un educatore. Condividiamo con gli adolescenti tutte le tensioni e gli entusiasmi che si vivono in questa età. Il mio lavoro sarebbe uguale anche se lavorassi per minori italiani. Cambiano alcune cose, come per esempio l’attenzione che hanno i ragazzi stranieri verso i propri documenti, ma restano invariati i sogni, la voglia di affermarsi, il disorientamento di chi non ha avuto negli anni dei riferimenti. Anni, inoltre, trascorsi con le tasche vuote.

Nell’ultima riunione di Equipe ( come si vede nella foto) abbiamo evidenziato gli atteggiamenti “disfunzionali” tra i più pericolosi per una comunità educativa: L’Anarchia come assenza di regole e trasgressione delle stesse e la Dipendenza dagli operatori. Per regolare questi atteggiamenti abbiamo due strumenti principali il PEI (progetto educativo personale) e la Relazione. Questi due strumenti possono intervenire e modificare lentamente ma in modo incisivo possibili derive.

Nella mia formazione settimanale cerco di definire sempre il ruolo dell’operatore sociale e dell’educatore. Comincio spiegando quello che non siamo.

Noi non siamo vigili che danno solo divieti ma educatori che spiegano le ragioni del no, non siamo medici ma come operatori sociali ci prendiamo cura di loro, noi non siamo burocrati di un ufficio della Prefettura ma dobbiamo essere attenti a fare tutto quello che è necessario per dare i documenti. Noi non siamo parcheggiatori perché non custodiamo cose ma condividiamo sogni e speranze insieme a loro, noi non siamo animatori di villaggio turistico anche se il gioco ci aiuta a conoscerli meglio, non siamo professori ma il nostro lavoro consiste nell’insegnargli a rendersi autonomi in tutte le circostanze.

Quindi chi siamo?

Noi per loro siamo adulti di riferimento, uomini e donne che con loro vivono il quotidiano, che con loro devono costruire una relazione. Già, iniziare una relazione … fulcro di tutto il nostro lavoro!

Noi siamo operatori sociali, uomini e donne, consapevoli che il bisogno primario dei nostri ragazzi è quello di essere accolti e il desiderio più grande è che uno di noi lo guardi negli occhi e gli chieda: Come stai?
E si apre un mondo.

28
Lug

Il Barbiere d’Egitto

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Il tizio che vedete con una faccia preoccupata e un improbabile camice hawaiano sono io. Da qualche giorno nel nostro gruppo appartamento è arrivato H. E’ un ragazzo di 17 anni, gentile ed elegante nei suoi modi come pochi. Un ragazzo con uno sguardo profondo, come tutti quelli che sono abituati a parlare poco con le parole ma molto con i silenzi, mi ha colpito subito.

Ho immaginato, guardando dentro il colore nero dei suoi occhi, un mondo che non ho mai visto se non con gli occhi degli altri. Ho parlato con lui, ascoltato la sua storia raccontata con poche parole misurate e pesate. Il papà è malato non può lavorare, la madre è casalinga e loro sono due fratelli che per sopravvivere da dieci anni lavorano come barbieri. Lui è venuto con la barca, qualche settimana fa, e non si è separato mai dal suo zainetto, dal suo tesoro: pettine, filo, forbice, specchietto. Un viaggio che ha intrapreso, mi ha detto, dove vuol mettere a frutto il suo talento che dice (sempre con poche parole ma con le mani che sembrano accarezzare i capelli) non è quello di tagliare i capelli ma di prendersi cura delle persone tagliando i capelli.

Sono rimasto a guardarlo, pensando a quanto coraggio, stipato nello zaino e nel cuore, porta dentro questo ragazzo. Ho pensato a quanto orgoglio c’è nell’aver scoperto il proprio talento, quanta voglia c’è di mostrarlo, di condividerlo, di realizzarlo. Ho pensato a cosa c’è di più grande se non di trovare il proprio spazio nel mondo grazie a qualcosa che realizza te stesso e le persone che incontri sul tuo cammino.

H. si è reso conto subito di essere arrivato in un altro quotidiano, sa che per vivere fuori dal Gruppo Appartamento dovrà farsi apprezzare dal resto del mondo. Trascorsa la prima settimana mi sono soffermato ad osservarlo attentamente ed ho capito, pensando all’occasione che avrei voluto avere io, che H. aveva bisogno di una spinta, di superare il timore, il pudore di avvicinarsi ai capelli di un uomo di questo mondo. Di fare il salto.

Ho atteso il giorno (che a me è sembrato) giusto e quando sono entrato nella sua stanza e gli ho chiesto di tagliarmi i capelli mi ha guardato come fa sempre, in modo profondo, e poi mi chiesto di ripetergli la domanda (che aveva capito benissimo). In una frazione di secondo aveva lo zaino tra le mani, era pronto.

Gli occhi ridevano e io ho pensato che sono un uomo fortunato ad aver vissuto, insieme a lui, tutto questo.

P.S. Confidiamo a breve di inserirlo in un tirocinio professionale

23
Giu

Modelli educativi e minori stranieri (egiziani)

La maggior parte dei minori stranieri non accompagnati presenti in Regione Lazio sono adolescenti egiziani. Questo dato comporta una riflessione sulla provenienza dei loro modelli educativi e sull’impostazione educativa vissuta dal gruppo operatori nelle Case Famiglia.

Il modello educativo delle famiglie arabe, in particolare nei ghetti urbani o nelle campagne ai margini delle mega-metropoli egiziane, è assertivo. La giovane vita dei bambini, poi adolescenti arabi, viaggia su un binario che ha come assi principali: il pater familias e l’autorità religiosa.
La vita quotidiana, i riti del pranzo e della cena, la scelta della moglie, la scuola e il lavoro sono scelti dalla famiglia e vengono svolti secondo i ritmi già stabiliti della preghiera durante il giorno. Viene stabilito come, dove e quando pregare in modo assolutamente preciso. Viene deciso cosa mangiare e quando mangiarlo, viene stabilito anche quanto deve essere dato ai poveri.

Le dispute in casa, in strada, si risolvono con il menar le mani. Spesso chiedo ai ragazzi, quando arrivano, se hanno fatto mai a botte in Egitto. Solitamente rispondono con un sorriso semplicemente perché è una domanda stupida e come chiedergli se in Egitto hanno mai mangiato! Il pater familias non chiede, sceglie, decide, difficilmente ascolta e regola la vita dei figli tutti i giorni.

I nostri ospiti crescono in questo modo per 13-14 anni fino a quando un corto circuito, ben studiato e oleato dalla criminalità organizzata, li invita a mettersi in viaggio da noi verso un“altro mondo”, il nostro.
Per un giovane arabo abituato alla quotidianità sopra descritta l’arrivo sulla terraferma italiana è devastante. La criminalità li ha ben indottrinati per farli viaggiare ed arrivare nel paradiso terrestre dove li attendono: lavoro, soldi, macchine, case etc… Tutto questo, scopriranno a breve, non esiste.

Il treno del loro quotidiano perde gli assi sicuri su cui viaggiare: autorità familiare e autorità religiosa e loro, inevitabilmente, iniziano a sbandare. Guardano in giro, nei nostri paesi, i loro coetanei e iniziano a pensare, sbagliando, che l’Italia è il paese dei balocchi. Iniziano a pensare ad una libertà che non hanno mai avuto, perdono i riferimenti che li hanno guidati durante tutti i giorni in Egitto.

Le famiglie di provenienza nel frattempo già povere, di mezzi materiali e culturali, si sono indebitate per il viaggio ed iniziano tutti i giorni a chiedere soldi a chi in nessun modo è capace di restituirli.
Con in testa tutto questo entrano in una casa famiglia dove li attendono altri che come loro hanno iniziato il viaggio più importante della loro vita: il viaggio dentro loro stessi.

I ragazzi arabi in gruppo sono completamente diversi da quando sono da soli, il gruppo operatori questo lo impara subito. Essi infatti concorrono per la leadership a suon di botte non conoscono nessun altro sistema.

Inizia il periodo di mediazione culturale.

Il nostro modello educativo poggia sui seguenti pilastri: l’ascolto, la relazione, la socialità. Questi modelli raggiunti dopo secoli di storia in Europa per i ragazzi Egiziani non sono spesso, e soprattutto all’inizio, riconosciuti. Perdendo chi gli ha indicato la strada tutti i giorni e non riconoscendo chi cerca di farlo, in particolare le donne che hanno nella loro cultura solo un compito di accudimento, in comunità iniziano a nascere contrasti.

Qualcuno di loro non è mai andato a scuola in Egitto e quindi è semi analfabeta e non comprende il motivo per cui deve alzarsi e andare a scuola. La classe assomiglia ad una prigione, non ci vanno. Stentano a parlare italiano.
Si evidenzia la prima selezione naturale tra chi ha iniziato, dopo il suo periodo di sbandamento, a cercare altri riferimenti adulti e ad imparare la lingua e chi si costruisce “il piccolo egitto” nella sua cameretta. Questi con il passare dei mesi regrediscono.

Vorrebbero ma non riescono perché incamminarsi verso un nuovo processo di “contestualizzazione” civile e culturale è un viaggio meraviglioso ma difficilissimo e faticoso.

Perché questo processo avvenga occorrono due fattori decisivi (e una serie di variabili): la competenza educativa del gruppo operatori e le risorse intellettive, culturali, di adattamento, di coraggio, di mettersi in gioco, di tenacia, di resilienza di cui ogni ragazzo dispone dal suo background familiare.

Senza questi due importanti fattori non ci può essere nessuna contestualizzazione e fallisce inevitabilmente “il progetto migratorio”.

Maurizio, Ahmed e Abdellamid che giocano

Maurizio, Ahmed e Abdellamid che giocano

 

16
Apr

Ma se ci riuscirò un giorno sarai pronto a volare…

Sono un padre anch’io. Ho dei sogni per mio figlio, contemplo i suoi occhi quando si riempiono di meraviglia per la vita che scopre. Provo a costruire a pezzetti il nostro futuro la sera quando torno a casa dal lavoro e cerco dei momenti solo con loro.

Un migrante e suo figlio su un treno diretto in Serbia, nella città Macedone di Gevgelija, 21 settembre 2015. (NIKOLAY DOYCHINOV/AFP/Getty Images)

Un migrante e suo figlio su un treno diretto in Serbia, nella città Macedone di Gevgelija, 21 settembre 2015. (NIKOLAY DOYCHINOV/AFP/Getty Images)

Questa sera, durante la cena, passava il solito telegiornale con il solito festival dell’orrore del mondo a cui ci siamo tutti anestetizzati. Passavano le immagini apparentemente sempre uguali, tranne una che mi ha fatto trattenere il respiro. Un padre con in braccio il figlio guadava un torrente nel flusso inarrestabile di gente davanti e dietro di lui.

Il bambino stringeva forte le mani e le gambe abbracciato alla sua roccia, aveva uno sguardo più curioso che spaventato, dall’alto delle braccia di suo padre osservava il mondo intorno a lui. Chissà che pensieri ha fatto ? Chissà che ricorderà? Ho poi pensato a quel padre, e inevitabilmente a me, e a quanta forza mi stava dando quella testimonianza di vita piena di fatica e speranza. Ho immaginato in una frazione di secondo il freddo dell’acqua, le grida degli altri, la forza nelle gambe e la capacità di rimanere in equilibrio, lo sguardo fisso concentrato sulla sponda da raggiungere, i muscoli tirati, il fiato sospeso e per tranquillizzare il bimbo sempre il sorriso sulle labbra. Non ti conosco, ne credo ti conoscerò mai ma questa sera mi aiutato ad essere padre ancora di più. Che Dio ti benedica!

A te e a tutti i padri che in questo giorno hanno dato loro stessi per i loro figli, per voi la poesia di Eugenio Finardi.

16
Mar

Le mani di B.

Quelle che vedete sono le foto delle mani di B.
E’ un ragazzotto, appena diciottenne, egiziano che ho conosciuto in Casa famiglia nei suoi ultimi mesi di comunità. Un ragazzo come tanti, con tanta voglia di vivere, desiderio di fare, cercare ragazze e sopratutto lavorare. Un ragazzo come tanti eppure così diverso dai ragazzi italiani della sua età.

E’ venuto in Italia per questo: lavorare. In Casa famiglia è andato a scuola, ha cercato di imparare più in fretta possibile l’italiano, si è dato da fare  per imparare ad essere autonomo e gestire le faccende quotidiane.

Una notte di dicembre, fredda e stellata come solo le notti invernali sanno essere, l’ho intravisto da solo che guardava il cielo e mi sono fermato con lui a guardare le stelle. Mi ha raccontato i suoi sogni e le paure che aveva di affrontare il mondo. Era contento di poter guadagnare e mandare i soldi a casa, aiutare tutta la sua famiglia. Mi ha colpito la sicurezza di un destino preordinato, confezionato, già determinato, il suo futuro imminente sarebbe stato quello di operaio generico in un ingrosso di frutta.

le_mani

Si sentiva molto fortunato perché rispetto ad altri ragazzi egiziani aveva un progetto chiaro e definito. Si sentiva fortunato … diceva ma i suoi occhi mentre parlava erano lucidi. Perché dentro quel binario, sui cui già viaggiava, non vi era posto per nient’altro. Tutto escluso, la voglia di continuare a giocare, suonare uno strumento, studiare una materia che tanto gli piaceva, curiosare nel mondo, camminare in montagna, amare e condividere cieli azzurri con una giovane donna, leggere un libro e conoscere tanti altri ragazzi.

L’altro giorno è tornato per i suoi documenti e mi ha offerto un caffè al bar orgoglioso del suo stipendio. Sorrideva meno, aveva gli occhi stanchi e le mani logorate di chi lavora tutti i giorni 14 ore al giorno a scaricare mele, banane e altro. Ma più che le mani, logorati erano quei sogni che fino a qualche settimana prima, velatamente, coltivava in cuor suo.

Cambierà pure la società, le figure professionali, i contratti di lavoro, le aziende ma ogni uomo nel lavoro continua a cercare la sua identità e la sua dignità. L’abuso di potere nel mondo del lavoro esiste da sempre e anche oggi si perpetua sui poveri, sugli ultimi, sui disgraziati, sui senza speranza.

Non c’è strategia di marketing che possa essere vincente senza il cuore, la fantasia, la passione, la volontà di un uomo, oggi più di ieri bisogna gridarlo!

“per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti,
per quanto voi vi crediate assolti
siete per sempre coinvolti…”

F. De Andrè

 

06
Mar

Abbiate fame .. diceva Steve Jobs

Cari amici,
abbiate fame diceva Steve Jobs nello storico discorso dell’Università di Stanford.
Ho ascoltato questo discorso molte volte e mi ha sempre emozionato anche se fino in fondo non l’ho mai compreso. Fino a tre mesi fa quando ho conosciuto V. in Casa Famiglia.

Lo osservo con attenzione da settimane, guardo i suoi sguardi quando studia, osservo le sue mani quando cerca di imparare l’arte del ferro, la falegnameria, ascolto il suo sorriso quando con lo stesso identico entusiasmo lava i piatti, pulisce i bagni, riordina la Casa. V. è diverso dai ragazzi che incontro, dalle persone che conosco perché V.kid-635811_960_720 ha fame della Vita e se la mangia tutta, senza lasciare nessuna briciola.
Osservandolo giorno dopo giorno ho visto cosa significa avere una mentalità vincente. V. Avrebbe molti motivi per essere afflitto. È l’unico della sua nazione (est europeo) e della sua lingua in Casa Famiglia, deve  mangiare arabo perché la maggior parte dei ragazzi impone questo, nella sua camera, dove dormono ragazzi africani, nessuno vuole studiare, nessuno vuole partecipare ad altre attività, non ha potuto studiare prima e lavora da quando ha 10 anni come contadino e poi in una fabbrica di scarpe in Turchia. Lui, che adesso ha 17 anni, guarda il mondo intorno a se e vede tutto come una opportunità, guarda sempre il bicchiere sempre pieno, mette entusiasmo in tutto perché non c’è attività o relazione che non sia una scoperta. Alle soglie dei miei 44 anni V. è un maestro, uno stimolo.

Perché in fondo sono convinto che continuare ad avere fame della vita non è un problema di età, di cultura, di lingua, di posto in cui ti trovi. E’ un allenamento dello sguardo, della testa e una posizione del cuore che cerca la Meraviglia.