Gestire risorse umane è il lavoro più (faticoso) bello del mondo.

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di Luigi Pietroluongo.

Avere chiaro che la gestione delle risorse umane non è un lavoro facile anzi, al contrario, molto faticoso è la scoperta dell’acqua calda.

Richiede quella esperienza, arguzia, istinto per essere in continuazione funamboli oscillando tra una giusta autorevolezza opportuna a mantenere il distacco necessario ed assicurare un comportamento adeguato al contesto lavorativo e non di quattro amici al bar e la dose corretta di complicità con i dipendenti capace di far sentire le persone a proprio agio, valorizzare i loro talenti, fare squadra.

Si tratta forse di una mission impossible ? In parte. Una delle difficoltà maggiori è che la ricerca di questo equilibrio, autorevolezza e complicitànon è dato una volta e per sempre ma è in continuazione da ricercare, aggiustare, correggere.

Un equilibrio precario perché mutano le variabili in gioco: l’arrivo di persone nuove, la partenza di altre, nuovi obiettivi da raggiungere, eventi legati all’esistenza privata delle persone, l’influenza dei leader, la capacità di coinvolgersi e vivere il senso di appartenenza, la credibilità e la competenza di chi gestisce le risorse umane.

Negli anni ho verificato alcune condizioni, necessarie e utili, per restare in equilibrio come i nostri amici funamboli.

L’allenamento. Allenarsi sempre alla propria formazione, al proprio entusiasmo, all’intelligenza emotiva nelle relazioni che viviamo. Il lavoro prima delle competenze, importantissime, è fatto di relazioni umane. Se queste sono pregne di umanità, calore, vita vissuta, ascolto dei silenzi diventano le fondamenta su cui costruire e mettere insieme le competenze per diventare sempre più efficienti. Senza questo movimento umano delle emozioni e del cuore il luogo di lavoro si cannibalizza. La competizione esasperata tra i colleghi di lavoro non è produttiva ma distruttiva. La competizione senza le basi della cooperazione conduce verso un viaggio breve. Tutte queste condizioni della mente e del cuore non sono date per sempre ma devono trovare luoghi, persone, tempi, strumenti e metodi per allenarsi. Non crescono da sole.

Il ritmo. Un luogo di lavoro non è mai fermo, statico, immobile. E’ sempre in divenire, come lo siamo noi. Il leader deve imparare a leggere il non verbale sui volti dei colleghi, come un cane da caccia deve fiutare i pericoli, gli antagonismi e le paludi. Deve rallentare, stimolare, accelerare e soprattutto inventare opportunità, eventi in cui i colleghi possano avere obiettivi sempre sfidanti. Si conduce un team avendo la consapevolezza che non sarà una guida rilassante in autostrada a tre corsie ma che ci saranno salite e discese, strade strette e molti bivi in cui dover scegliere dove andare e assumersene la responsabilità.

Contaminarsi. il lavoro è una parte della realtà, non la realtà della vita. Per lavorare bene, e mettere in gioco veramente i talenti personali, bisogna contaminarsi. Per avere punti di vista originali, dare profondità al proprio mandato professionale e fare la differenza bisogna fare esperienze in cui sperimentarsi, conoscersi ancora di più di quanto crediamo di aver fatto. Questo significa decontestualizzarsi dal proprio luogo di lavoro e fare insieme ai colleghi altro. L’arte, la spiritualità, l’avventura, la sfida di obiettivi comuni esaltanti, la natura.  Non ci sono limiti alla fantasia e alla risorse che in un determinato si dispongono.

Cari colleghi non ci resta che osare. Con coraggio !

 

 

 



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