Lavorare è donare

Oggi ho pensato al nostro contratto collettivo nazionale. Ci è stato chiesto di tenerlo a portata di mano in ufficio, è utile dicono, i colleghi possono consultarlo e verificare tutte le postille.
Possono conoscere quanti giorni di ferie abbiamo, in quali orari dobbiamo lavorare, le voci della busta paga, le mansioni precise e molte altre cose ancora. Il contratto di lavoro regola tutto, o quasi. Se non dovesse bastare ci sono i consulenti del lavoro, commercialisti e avvocatii, tecnici competenti che ti guidano in ogni cavillo giuridico. Diritti e doveri, dicono.

E allora perché i problemi sul posto di lavoro sono infiniti ? Perché tutti rivendicano qualcosa ? Perchè serpeggiano spesso  lamentele, gente malcontenta, rivendicazioni di ogni tipo. Perché ?

Perché si arriva in ritardo al lavoro, parlo anche di 5 minuti di ritardo, perché invece di svolgere i propri compiti si gioca con il cellullare, perchè ci si dimentica completamente che tutto quello che facciamo e diciamo è osservato, studiato dai minori con cui viviamo, perchè veniamo tristi, scoglionati, arrabbiati sul posto del lavoro, perché molti colleghi non conoscono nenache i nomi dei ragazzi con cui sono ?

I ragazzi con cui passo le mie giornate hanno le idee confuse su tante cose, sull’Italia e su loro stessi, ma sul fatto che il lavoro debba portare soldi per riscattarli dalla povertà le idee sono chiare. La loro equazione è la seguente : documenti=lavoro=soldi.

Eppure dentro questa equazione c’è qualcosa che non funziona. E non funziona non solo per questi ragazzi ma anche per gli operatori,  noi che abbiamo scelto, chi più e chi meno,  di essere riferimento educativo per altri.

Chiedo ai miei colleghi se hanno mai pensato che il salario, che ricevono dal lavoro che fanno, è solo la parte finale del lavoro svolto. Manca tutto il resto. Per esempio che il nostro lavoro può realizzarci pienamente come persone, definisce i nostri talenti, ci insegna a condividere, a gratificarci, affiniamo la nostra capacità di affrontare le difficoltà, di risolvere i problemi, di resistere, di gioiere. Di diventare persone migliori, più belle e non solo con qualche soldo in tasca.

Mi rendo conto che queste parole le sentono in pochi, anche nelle famiglie italiane, perchè l’idea del successo e delle periferie esistenziali dell’avere sovrastano qualisasi felicità delle persone.

Mi chiedo, allora, come possiamo misurare negli operatori il desiderio di guardare negli occhi un ragazzo per sostenrlo, l’entusiasmo di giocare insieme a lui, l’impegno nel fare insieme i compiti, la creatività nella cucina, l’ottimismo di affrontare la vita e le sue difficoltà, la resilienza come virtù, la compassione per la sua sofferenza. Come misuriamo la passione durante la giornata?

La risposta è che non possiamo misurare niente di tutto questo, perché tutta questa passione è dono di ogni lavoratore, di ogni uomo che comprende, o meglio fa esperienza personale, che si parte donando ma inaspettatamente si riceve sempre molto di più di quello che si è dato.

 

 

 

 



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