Mohamed ha rubato l’ombrello

Mohamed ha rubato l’ombrello.
di Luigi Pietroluongo

E’ da tempo che ci lavoro.

Insieme ad una nota associazione locale, nella loro sede di Cassino, ho organizzato un bel corso di computer. Ho coinvolto un giovane studente universitario di informatica e tutti gli operatori per una nuova attività che avesse, tra le altre cose, la possibilità anche di ottenere un attestato utile alla richiesta dei documenti nel passaggio dalla minore alla maggiore età.

Divisi i gruppi di lavoro oggi pomeriggio ci siamo recati, felici e baldanzosi, al nostro corso. Sebbene qualche difficoltà logistica, l’entusiasmo è salito alle stelle e tutti si sono mostrati desiderosi di conoscere qualcosa di più oltre i social che naturalmente, come tutti gli adolescenti, impazzano sui cellulari.

Alle 17 abbiamo terminato e salutato tutti e sotto una pioggia scrosciante ci siamo avviati per riprendere l’autobus. Tutto bene, o quasi.

Intorno alle 18 vengo avvertito dal Presidente dell’associazione che dalla sala sono scomparsi due ombrelli, tra l’altro uno dei due anche di valore.

Chiudo la telefonata e si diffondono in me sentimenti di furia, rabbia, amarezza. Eppure conosco molto bene la nostra utenza, i nostri ospiti.

Passa poco tempo e, messi alle strette, uno del gruppo confessa che Mohamed ha preso l’ombrello per dispetto e con fare di sfregio, arrivato all’autobus, lo ha gettato in un prato.

Con fare di sfregio. Perché?

Le risposte non sono facili. Il ragazzo è in comunità già da molti mesi, rifiuta la proposta educativa. Non va a scuola, non fa attività sportive, non ha agganciato una relazione significativa con nessun operatore, passa le giornate in camera, aspetta il week end per andare da uno zio a Roma per fare non si sa bene cosa. Non ha stimoli, non vuole stimoli.

Sale la rabbia, la frustrazione di veder falliti tutti i tentativi fatti fino ad adesso. Sono questi i momenti in cui penso che il nostro è un lavoro duro, durissimo perché tutto il fare professionale è dentro il senso di una reciprocità’ che se viene meno produce inevitabilmente fallimento.

In questi casi l’operatore non deve agire di impulso, e se una equipe è sana ci si aiuta tra colleghi. Si aspetta qualche giorno, si allertano le persone, gli adulti che ritiene importanti, si coinvolgono sul da farsi che certo non può essere:” adesso perdonalo e poi la prossima volta …”

Si verifica se il ragazzo è realmente consapevole di cosa ha provocato il suo gesto, l’associazione ha sospeso il corso di pc. Il suo sfregio non permetterà agli altri ragazzi la possibilità di fare una esperienza nuova, bella, utile. Si chiede al ragazzo di capire in che modo vuole riparare alla situazione vissuta, che cosa è disponibile a fare. In sostanza in che modo intende prendersi le sue responsabilità, perché necessariamente deve farlo anche nei giorni a venire. Se non si riesce a fare questo passaggio allora si è valicato il limite borderline con difficoltà psico-sociali. Occorrono interventi sanitari specializzati.

Se per esempio manifesta comportamenti ossessivi, compulsivi violenti, aggressivi, oppure anti sociali dobbiamo mettere in conto tutta un’altra strategia.

Ma soprattutto la trappola più importante è di non personalizzare l’accaduto come se tutto fosse dipeso da noi e per quanto possiamo mortificarci con chi abbiamo coinvolto, non è colpa nostra. Può succedere ed è  da mettere in conto, perché non siamo capaci di controllare tutto. La colpa non è nostra.

E’ su queste montagne russe di giorni amari ed esaltanti dobbiamo imparare a stare. Non da soli ma solo e sempre in equipe.



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