Dacci oggi i nostri problemi quotidiani

di Luigi Pietroluongo

Qual è l’oggetto del lavoro di un coordinatore, responsabile di risorse umane, di una comunità educativa, se non quello di risolvere problemi. Sempre, di continuo, uno dietro l’altro, uno sopra l’altro.

Risolvere problemi è il compito di qualsiasi altro lavoratore direttore, imprenditore o libero professionista.

Questa consapevolezza così ragionevole dal punto di vista razionale, nella frenesia di tutti giorni la perdiamo. Anzi cadiamo in una trappola mentale pericolosa.

In una comunità di minori adolescenti, perdendo il nostro focus, e cioè che siamo risolutori di problemi, siamo convinti che se riusciamo ad allontanare il ragazzo molto problematico tornerà la serenità in comunità senza contare che dopo poche settimane magari ne arriveranno altri di ragazzi ancora più problematici. Pensiamo che riparata la finestra e la porta staremo apposto per scoprire che qualche ora più tradi le caldaie sono in blocco in pieno inverno con i ragazzi inbufaliti per le docce, di improvviso ci rendiamo conto che il il budget fatto per la spesa alimentare è fuori di brutto, che il fornitore della spesa igiene è in ritardo sulla consegna e che senza il gel qualcuno potrebbe scatenare le “guerre di Persia”, che i documenti non arrivano, che i tutori non rispondono, che piove e fa troppo freddo e che c’è il sole e fa troppo caldo e non si resiste.

Un capitolo a se stante riguarda il gruppo operatori.

Superate le due persone da gestire si innescano dinamiche complesse. Vorremmo che i colleghi ci capiscano al volo, che fossero più puntuali, più preparati, in grado di sapere cosa e come fare tutto. Vorremmo ricevere lodi, almeno un sorriso, per il nostro operato, la nostra fatica, i nostri sacrifici, le nostre ore in più. Invece niente, anzi.

Quando facciamo una scelta accontentiamo qualcuno per lasciare incazzati la maggior parte, siamo troppo amici e perdiamo la nostra autorevolezza. Qualcuno ci vorrebbe più controllori, più comprensibili, più gentili, più grintosi, altri simpatici, altri più seri. Ognuno vorrebbe qualcosa, vorrebbe quello che non siamo.

Di sicuro arrivano momenti di forte stanchezza in cui cercare aria nuova, ossigeno per riprendere aria. Bisogna prendersi del tempo e capire le modalità per ripartire, pena il nostro esaurimento. E allora che fare? impazzire, non credo proprio. Vi indico qualche suggerimento che mi è stato molto utile.

Fatevi un cruscotto di controllo. Individuate, studiate, elaborate degli indicatori che possano “misurare” la qualità delle relazioni professionali che vivete. La soddisfazione delle persone che vi circondano, se sono adeguate al focus su cui lavorate, individuate le potenzialità sempre e comunque in numero maggiore ai limiti. Pensate percorsi di crescita, piccoli, sfidanti che immettano in una tensione formativa le persone. Lavorate di strategia.

Circondatevi di un supervisore, di un’occhio esperto. Non di rado siamo troppo immersi nei problemi per metterli a fuoco. Ci vuole un “terzo”, un esterno che ci aiuti a rendere nitide dinamiche sotterranee, che ci guide verso vie di uscita quando sembra che le abbiamo provate tutte, che stimoli, esalti o rallenti i ritmi del gruppo.

Diagnosi dei problemi a più voci, senza sottovalutare nulla. Se il ragazzo difficile ha un problema psichiatrico grave deve essere aiutato, curato con professionalità e certosina cura medica – farmacologica.  Se l’operatore scopre di essere fuori focus, inadatto al contesto, non desideroso di crescere, deve essere incoraggiato a cercare altro.

Restiamo curiosi, desiderosi di leggere, frequentare persone interessanti, vedere film o spettacoli teatrali per emozionarci. E preghiamo o se proprio non volete pregare meditate.

Ricordiamoci a vicenda di avere cura di noi. Trovate un vostro equilibrio di serenità per tenere a bada l’ansia. Non c’è nessuna altra possibilità per essere un coordinatore.

Che la buona sorte vi assista! Ci assista!


One comment

  1. Josef Bianchi
    18 Novembre 2017 at 19:20

    Ottima relazione sintetica di un problema purtroppo mondiale e crescente. La fluidità è così buona che il lettore è obbligato di leggere fino in fondo e credo che ne uscirà più che convinto.

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